Marziale - Epigrafi Funerarie
Alcune delle epigrafi funebri di Marziale; molte furono dedicate a fanciulli e fanciulle, schiavi o liberti o liberi; alcuni epitaffi furono dedicati a piccoli schiavi di Marziale morti prematuramente, altri furono probabilmente commissionati allo stesso dai parenti dei defunti o forse semplicemente dedicati al defunto, altri sono invece ironici.
Eròtion era una piccola schiava di Marziale morta quando ancora non aveva compiuto sei anni e i cui genitori (ma altri sostengono che questi fossero i genitori di Marziale stesso), Frontone e Flaccilla, erano morti anni prima; Marziale scrisse tre epitaffi per la bimba.
A voi affido l'ombra di Eròtion
Epigrammaton Liber V Carmen 34, De Erotio
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellamoscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Impletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.
“A te, padre Frontone, a te, Flaccilla genitrice,
affido questa bimba, (tenera) boccuccia e mia delizia,
affinché la piccola Erotion non tema le nere ombre
e le mostruose bocche del cane degl'inferi.
Avrebbe appena completato i geli del sesto inverno,
se fosse vissuta non meno di altrettanti giorni.
Tra così antichi protettori possa (la) birbantella giocare
e il nome mio la boccuccia (ancora) blesa garrire.
Le delicate ossa sian protette da non dura zolla, e tu,
o terra, non esserle pesante: lei non (lo) fu per te.”
[ Note:
Eròtion: Amorino;
osculum: diminutivo di os, boccuccia, piccola bocca, tenera boccuccia, bacio
tartarei canis: del cane tartareo (il Cerbero con Tre teste);
sextae frigora brumae: i freddi della sesta bruma
lasciva: gaia, allegra, giocosa, spensierata, vivace, capricciosa, monella, birichina, birba, birboncella, birbantella scherzosa;
blaeso: (bleso: incapace di pronunciare correttamente i suoni, in genere f, r ed s), anche incerto, confuso, balbettante;
garriat: garrire (garrito: un particolare fischio o stridìo emesso da alcuni uccelli quali passeri, rondini, cornacchie, gabbiani; suono acuto, stridulo, intenso, piuttosto breve), anche cinguettare, cicalare, schiamazzare, squittire, ciarle senza significato].
[Traduzione: fmsacca]
vedi anche Epigrammata Liber V Carmen 34
Epicedio per Eròtion
Epigrammaton Liber V carmen 37
Puella senibus dulcior mihi cycnis,Agna Galaesi mollior Phalantini,
Concha Lucrini delicatior stagni,
Cui nec lapillos praeferas Erythraeos,
Nec modo politum pecudis Indicae dentem
Nivesque primas liliumque non tactum;
Quae crine vicit Baetici gregis vellus
Rhenique nodos aureamque nitelam;
Fragravit ore, quod rosarium Paesti,
Quod Atticarum prima mella cerarum,
Quod sucinorum rapta de manu glaeba;
Cui conparatus indecens erat pavo,
Inamabilis sciurus et frequens phoenix:
Adhuc recenti tepet Erotion busto,
Quam pessimorum lex amara fatorum
Sexta peregit hieme, nec tamen tota,
Nostros amores gaudiumque lususque -
Et esse tristem me meus vetat Paetus,
Pectusque pulsans pariter et comam vellens:
'Deflere non te vernulae pudet mortem?
Ego coniugem' inquit 'extuli, et tamen vivo,
Notam, superbam, nobilem, locupletem.'
Quid esse nostro fortius potest Paeto?
Ducentiens accepit, et tamen vivit.
“Bimba per me più dolce dei vecchi cigni,
più morbida di un’agnella del Galeso Falantino,
più delicata di una perla del lago Lucrino,
alla quale non anteporresti né le gemme dell’Eritrea,
né una zanna or ora lucidata d’un indico elefante
e le prime nevi e un giglio intatto,
che superava nella chioma il vello delle greggi betiche,
e le trecce delle femmine renane e lo scintillio dell’oro;
la sua bocca odorava, dei roseti di Pesto,
del primo miele dei favi dell’Attica,
di una palla d’ambra presa nella mano;
comparato a lei il pavone era sgradevole,
lo scoiattolo odioso e banale la fenice:
Ancora è tiepida la recente cenere di Erotion,
che la turpe legge di un fato implacabile
al suo sesto inverno, non ancora compiuto, portò via,
mio amore e gioia e delizia -
E il mio Peto non vuol ch'io sia triste,
e parimenti battendosi il petto e strappandosi i capelli:
‘Non ti vergogni di pianger la morte d’una schiavetta?
Io ho sepolto mia moglie’ soggiunge
‘nota, splendida, nobile, ricca e tuttavia son vivo’;
Chi può esser più forte del nostro Peto?
duecento milioni di sesterzi ha ereditato, eppur vive.”
[si osservi la discrepanza tra la malinconia della prima parte dell'epigramma e la repentina chiusura delle ultime sette righe in cui se la prende con Peto].
[Traduzione: fmsacca]
Epitaffio per Eròtion
Epigrammaton Liber X carmen 61, Epitaphium Erotii
Hic festinata requiescit Erotion umbra,crimine quam fati sexta peremit hiems.
Quisquis eris nostri post me regnator agelli,
manibus exiguis annus iusta dato:
sic lare perpetuo, sic turba sospite solus
flebilis in terra sit lapis iste tua.
“Qui riposa Erotion frettolosa ombra,
che il sesto inverno rapì per crudel destino.
Chiunque tu sia, padrone dopo di me del mio campicello,
offri ogni anno il giusto (sacrificio) ai piccoli Mani:
così, (mantenendo) sempre acceso il sacro focolare e al sicuro da (ogni) turbamento (la famiglia),
possa questa pietra esser la sola bagnata di pianto nel tuo campo.”
[Traduzione: fmsacca; un ringraziamento a Niko per l’aiuto nella traduzione dell'epigramma X.61].
Marzialis Epigrammaton I.88
Alcime, quem raptum domino crescentibus annisLabicana levi caespite velat humus,
accipe non Pario nutantia pondera saxo,
quae cineri vanus dat ruitura labor,
sed faciles buxos et opacas palmitis umbras
quaeque virent lacrimis roscida prata meis
accipe, care puer, nostri monimenta doloris:
hic tibi perpetuo tempore vivet honor.
Cum mihi supremos Lachesis perneverit annos,
non aliter cineres mando iacere meos.
Marziale I.88
“Alcimo, rapito al padrone negl'anni dell'adolescenza
che il suol labicano abbraccia con lieve zolla erbosa,
accetta non il vacillante peso del masso (di marmo) pario,
che alla cenere dà vana e peritura fatica,
ma i sereni bossi e la sfumata ombra della vite
ed anche accetta, fanciullo (a me) caro, verdeggianti prati
umidi delle mie lacrime come fosser monumenti del nostro dolore:
questo tributo per te vivrà eterno nel tempo.
E quando Lachesi terminato avrà di svolger col fuso gl'anni di questa vita,
in non altro modo possan giacere le ceneri mie.”
Lachesi: una delle tre Moire, divinità della mitologia greca che regolavano il destino delle donne e degli uomini; Lachesi in particolare svolgeva il fuso della vita.
Marzialis Epigrammaton V.64
Sextantes, Calliste, duos infunde Falerni,Tu super aestivas, Alcime, solve nives,
Pinguescat nimio madidus mihi crinis amomo
Lassenturque rosis tempora sutilibus.
Tam vicina iubent nos vivere Mausolea,
Cum doceant, ipsos posse perire deos.
Marziale V.64 - alla vita
Versa due sextantes di Falerno, Callisto,
tu Alcimo sciogli in questo la neve d'estate.
I miei capelli gocciolino riccamente di spiganardo
e le mie tempie sian adornate da ghirlande di rose.
I Mausolei, così vicini, ci esortano a vivere
insegnandoci che gli dei stessi posson perire.
Sextantes: Sextarius unità di misura usata per il vino pari a 54 centilitri..
aesitvas nives: la neve d'estate, neve conservata in luoghi freschi da usare in estate sciogliendola nel vino per rinfrescarlo.
Amomo: Spiganardo, pianta asiatica da cui si estrae un olio profumato.
Ipsos posse perire deos: nei Mausolei erano spesso sepolti gli Imperatori, che erano assimilati a divinità.
Marzialis Epigrammaton VI.28, Epitaphium Glauciae
Libertus Melioris ille notus,Tota qui cecidit dolente Roma,
Cari deliciae breves patroni,
Hoc sub marmore Glaucias humatus
Iuncto Flaminiae iacet sepulchro:
Castus moribus, integer pudore,
Velox ingenio, decore felix.
Bis senis modo messibus peractis
Vix unum puer adplicabat annum.
Qui fles talia, nil fleas, viator.
Glauco, quel noto liberto di Meliore,
alla cui morte tutta Roma si dolse,
breve gioia dell'affezionato patrono,
riposa inumato sotto questo sepolcro
di marmo vicino alla via Flaminia:
di casti costumi, di integra modestia,
di pronto acume, di rara bellezza.
Completate due volte sei mietiture
il giovane stava appena per aggiunger un altro anno.
Viaggiatore, che piangi per il suo destino, che tu mai possa esser causa di (simil) pianto.
Marzialis Epigrammaton VI.52, Epitaphium Pantagathi
Hoc iacet in tumulo raptus puerilibus annisPantagathus, domini cura dolorque sui,
Vix tangente vagos ferro resecare capillos
Doctus et hirsutas excoluisse genas.
Sis licet, ut debes, tellus, placata levisque,
Artificis levior non potes esse manu.
In questo tumulo giace Pantagato rapito negl'anni
della fanciullezza, con pena e dolore del suo padrone,
era molto abile nel tagliar capelli diradati sfiorandoli
appena col ferro (delle forbici) e nel rassettar l'irsuta barba.
Terra, sii (a lui) propizia come è giusto, appagata e leggera,
(e) non potrai esser più lieve della (sua) mano d'artista.
Marzialis Epigrammaton VII.96, Epitaphium Urbici Pueri
Conditus hic ego sum, Bassi dolor, Urbicus infans,Cui genus et nomen maxima Roma dedit.
Sex mihi de prima deerant trieteride menses,
Ruperunt tetricae cum male pensa deae.
Quid species, quid lingua mihi, quid profuit aetas?
Da lacrimas tumulo, qui legis ista, meo:
Sic ad Lethaeas, nisi Nestore serior, undas
Non eat, optabis quem superesse tibi.
Qui io, Urbico, son sepolto, col dolor di Basso, bambino
cui la grande Roma diede i natali ed il nome.
Sei mesi ancora mi mancavan per completare un triennio,
quando le aspre dee malvagiamente recisero il fil (della mia vita).
A cosa mi son servite la bellezza, le ciarle, i teneri anni?
Tu, che leggi questa (iscrizione), versa una lacrima sul mio tumulo:
Così colui che desideri ti sopravviva non solchi le onde del Lethe,
se non dopo ch'abbia raggiunto l'età di Nestore.
Tetricae deae ruperunt pensa: le aspre dee recisero il filo; dalla mitologia greca le tre Moire, le figlie di Zeus che regolavano in modo quasi meccanico l'esecuzione del destino scritto per ogni essere umano, espressione del fatalismo pagano del mondo greco-romano; Cloto (io filo), che filava il filo della vita, Achesi (il destino) che avvolgeva il filo al fuso, Atropo (l'ineluttabile) che tagliava il filo.
Lethe: dalla mitologia greca, il fiume dell'oblio, uno dei fiumi del mondo degli Inferi, il luogo in cui si recano tutte le ombre dei morti.
Nestore: dalla mitologia greca, sinonimo di uomo vecchio e saggio.
Marzialis Epigrammaton X.63, Epitaphium Nobilis Matronae
Marmora parva quidem, sed non cessura, viator,Mausoli saxis pyramidumque legis.
Bis mea Romano spectata est vita Tarento,
Et nihil extremos perdidit ante rogos:
Quinque dedit pueros, totidem mihi Iuno puellas,
Cluserunt omnes lumina nostra manus.
Contigit et thalami mihi gloria rara fuitque
Una pudicitiae mentula nota meae.
In verità, viaggiatore, son modesti marmi (quelli su cui) leggi (queste righe),
ma null'hanno da invidiare ai massi di Mausolo ed alle Piramidi.
Due volte la mia vita è stata oggetto di ammirazione nella romana Taranto,
e (la mia virtù) nulla di estremo perse prima del rogo (funerario):
Giunone mi diede cinque figli, altrettante figlie,
tutte le lor mani chiusero i miei occhi.
È accaduto e fu rara gloria coniugale
che un sol membro fu noto alla mia pudicizia.
Martialis Epigrammaton X.67, Epitaphium vetulae
Pyrrhae filia, Nestoris noverca,Quam vidit Niobe puella canam,
Laertes aviam senex vocavit,
Nutricem Priamus, socrum Thyestes,
Iam cornicibus omnibus superstes,
Hoc tandem sita prurit in sepulchro
Calvo Plutia cum Melanthione.
epitaffio di una vecchietta
Figlia di Pirra, matrigna di Nestore,
che Niobe fanciulla vide canuta,
che il vecchio Laerte chiamò nonna,
Priamo balia, Tieste suocera,
già sopravvissuta a qualunque corvo,
finalmente collocata in questo sepolcro
Plozia ha i pruriti col calvo Melanzione.
[Plozia era vecchia in modo inimmaginabile: Marziale richiama numerosi gradi di parentela con personaggi mitologici vecchissimi e che la mitologia faceva risalire alla remotissima antichità.
Iam cornicibus omnibus superstes: esser più vecchio di qualunque corvo è un modo di dire, riferibile a uomini e donne, per indicare una estrema longevità.
Tandem: infine, finalmente; suggerisce che la morte giunse forse quasi come una liberazione per i discendenti.
Plozia era così arzilla che anche nella tomba, dopo esser infine morta, mostrava pruriginoso desiderio per Melanzione, il marito sepolto nel medesimo sepolcro, evidentemente molto tempo prima; dal nome si desume che Melanzione fosse di origini servili e la calvizie indica una sua certa età, ma anche si può riferire alle attitudini libidinose attribuite ai calvi; solitamente sulle lapidi era decantata la castità e la purezza ma per Plozia Marziale contravviene spudoratamente ogni regola: mentre solitamente in un epitaffio viene messa in evidenza la virtù in questo viene riportato ai posteri un vizio.]
Epigrammaton XI.13, Epitaphium Paridis
Quisquis Flaminiam teris, viator,Noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
Ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro.
Epitaffio per Paride, l'attore
Chiunque tu sia, viandante, che percorri la Flaminia,
Non ignorare questo nobil marmo.
Delizia di Roma e arguzia del Nilo,
Arte e grazia, gioco e piacere,
Splendore e dolore del teatro romano
Ed ogni amore ed ogni desiderio
Son conservati qui, in questo sepolcro, con Paride.
[Paride, nato in Egitto e sepolto lungo la via Flaminia, che fu attore nei teatri di Roma ai tempi di Marziale.
Venere: la dea dell'Amore.
Cupido: il dio del desiderio amororso, figlio di Venere]
Epigrammaton XI.91, Epitaphium Canaces
Aeolidos Canace iacet hoc tumulata sepulchro,ultima cui parvae septima venit hiems.
A scelus, a facinus! Properas qui flere, viator,
non licet hic vitae de brevitate queri:
tristius est leto leti genus: horrida vultus
abstulit et tenero sedit in ore lues,
ipsaque crudeles ederunt oscula morbi,
nec data sunt nigris tota labella rogis.
Si tam praecipiti fuerant ventura volatu,
debuerant alia fata venire via.
Sed mors vocis iter properavit cludere blandae,
ne posset duras flectere lingua deas.
Canace figlia di Eolide giace tumulata in questo sepolcro,
piccola per cui giunse il settimo ultimo inverno.
Ah crimine, ah oltraggio! Tu che stai per piangere, viandante,
qui non è consentito lamentarsi riguardo la brevità della vita:
il modo della (sua) morte è più triste della morte (stessa): un'orrida
piaga (le) prese il volto e s'insediò nella tenera bocca,
ed il crudel morbo consumò gli stessi baci,
né le labbra furon date intere al nero rogo.
Se con volo tanto precipitoso è arrivato,
sarebbe dovuto giunger per altra via il destino.
Ma la morte rapidamente fermò il viaggio della delicata voce
perché la lingua non potesse piegare le spietate dee.