Le Tombe nell’Antica Roma
Alcuni spunti di questa pagina sono tratti da:
Rodolfo Lanciani - "Pagan and Christian Rome" [ published by Houghton, Mifflin and Company Boston and New York, 1892 ]
Versioni elettroniche del libro liberamente consultabili (in inglese):
Lacus Curtius
Gutenberg Project
Nell’antica Roma venivano utilizzate numerose differenti tipologie sepolcrali: per una sola persona, per una famiglia o per un vasto gruppo (colombari), costruite sopra il livello del terreno oppure sotto terra recante al di sopra una sorta di testimonianza monumentale, pensate per le sepolture dei corpi oppure per accogliere le ceneri.
Le forme architettoniche utilizzate erano le più varie ma in definitiva sempre riconducibili a quattro categorie:
• cilindrica - i tumuli con o senza podio e alcuni mausolei con un tumulo di terra simbolico o totalmente assente
• a piramide - quale la famosa piramide Cestia
• quadrata - piccoli monumenti in opera cementizia ricoperta di marmo o travertino
• a tempietto (edicola) - tempietti con podio, gradini, portico e cella ipogea generalmente in laterizi
Alcune tipologie di tombe
Nel seguito faccio riferimento alle tombe relative esclusivamente alla città di Roma antica.
- Tomba a Tumulo (80 a.C. - fine I secolo d.C.; due soli esempi successivi)
- Piramide (periodo Augusteo)
- Mausoleo
- Sepolcro monumentale(fine della Repubblica ed epoca Imperiale)
- Sepolcro monumentale di età repubblicana (epoca Repubblicana)
- Recinto funerario
- Sepolcro a camera (epoca Repubblicana)
- Sepolcro a camera sotterranea (ipogeo)
- Tempietto laterizio (principalmente II secolo d.C.)
- Colombario(II sec. a.C. - II sec. d.C.)
- Cappuccina
- Tombe a fossa e a pozzetto
- Puticuli (campo Esquilino - epoca Repubblicana)
- Sepoltura Cristiana (epoca Imperiale dopo la morte di Cristo)
Platner & Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome [ Oxford University Press, London, 1929 ]
Sepulcra (in inglese)
Un elenco di 50 tombe di Roma Antica, alcune ancora oggi esistenti, molte altre già scomparse quando venne scritto il libro.
Le tombe fuori della città
Le tombe erano costruite sulle principali strade consolari o sulle loro traverse, ma comunque sempre fuori dalle mura cittadine, in quanto era proibito seppellire i defunti all’interno della città; era infatti questa una delle leggi delle Dodici Tavole promulgate sin dal 450 a.C.:
Tabula X
«hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito»
“Non si seppellisca né si cremi all’interno della città alcun morto”
Sia l’usanza della cremazione che la regola di effettuare le sepolture fuori delle mura rispondevano evidentemente ad esigenze di una maggiore sicurezza sanitaria.
Si incontrano ovunque resti di sepolcri intorno alla città, e numerosissimi furono quelli costruiti lungo le vie Latina, Appia e Flaminia.
Naturalmente chi poteva costruiva il monumento funebre in prossimità di una strada Consolare in modo che potesse essere ammirato dai viandanti diretti o provenienti da Roma, ma moltissime sepolture avvenivano su diverticoli secondari o anche ad una certa distanza dalla strada; in alcuni casi si veniva a determinare una vasta area cimiteriale che si estendeva per decine di ettari da una consolare all’altra; questo si è riscontrato ad esempio tra via Latina e via Appia, tra la Labicana e la Praenestina, tra Nomentana e Salaria; ad esempio nel triangolo tra via Latina, via Appia e le mura Aureliane sono state scoperte in tempi moderni oltre 1500 tombe; Lanciani ipotizza che Roma fosse circondata da 300.000 tombe.
Alcune tombe si trovano all’interno delle mura Aureliane in quanto vennero costruite quando erano in uso le sole mura Repubblicane; Roma per molti secoli non ebbe alcuna necessità di mura difensive le quali restarono quelle Serviane risalenti all’epoca repubblicana per un lungo periodo dell’Impero Romano e quindi la città espandendosi andò ad inglobare i sepolcri nelle immediate vicinanze della cinta muraria più antica.
Le epigrafi funerarie
Gli epitaffi che si leggono sulle tombe danno interessanti descrizioni dei defunti quali la loro carriera militare o politica, o l’indirizzo della loro attività commerciale, o i loro successi in gare equestri o in rappresentazioni teatrali, il loro stato civile, l’età e così via e spesso erano quanto mai fantasiose e poco formali.
A volte erano poetiche frasi rivolte da congiunti o amici al defunto:
“All’adorabile, benedetta anima di L. Sempronio Fermo.
Ci conoscemmo, e amammo ciascun l’altro fin dalla fanciullezza: ci sposammo ed una empia mano ci separò immediatamente.
Oh, terribili dei, siate benevoli e clementi con lui, e consentitegli di apparirmi nelle silenziose ore della notte.
Ed anche consentitemi di condividere il suo destino, che noi possiamo essere riuniti dolcemente e celermente.”
Sulla tomba di un liberto venne rinvenuto questo testo:
“Eretto a memoria di Memmio Claro dal suo co-liberto Memmio Urbano.
Io so' che mai ci fu l’ombra di un dissapore tra me e te.
Mai una nuvola passò sopra la nostra comune felicità.
Io giuro agli dei del cielo e degli inferi che noi lavorammo lealmente e amorevolmente insieme, che noi fummo resi liberi dalla schiavitù nello stesso giorno e nella stessa casa: niente avrebbe mai potuto separarci eccetto questa fatale ora.”
Così scrive una donna sull’urna del figlio Marius Exoriens:
“Le insensate leggi della morte lo hanno strappato dalle mie braccia!
Giacché sono favorita dagli anni, la morte avrebbe dovuto portar via me prima.”
E su un sarcofago tra le immagini di un ragazzo e di una ragazza:
“Oh, crudele, empia madre che io sono: alla memoria dei miei più dolci ragazzi, Publio che visse 13 anni 55 giorni, ed Eria Teodora che visse 27 anni 12 giorni.
Oh, madre sventurata, che hai visto la più crudele fine dei tuoi figli!
Se Dio fosse stato pietoso, tu saresti stata sepolta da loro.”
Altre iscrizioni potevano rivolgersi direttamente al viandante salutandolo ed invitandolo a soffermarsi a riposare nei pressi del sepolcro dove venivano anche predisposti dei sedili.
Sovente si potevano leggere frasi umoristiche come quella incisa su una lapide rinvenuta in Vigna Codini sull’Appia:
“Avvocati e malocchio state lontani dalla mia tomba.”
I romani credevano infatti al "malocchio" (mala fortuna), credenza che non era invece condivisa da altre popolazioni dell’epoca.
A volte nelle epigrafi venivano rivolte delle pittoresche maledizioni al passante nel tentativo di garantire la sicurezza della tomba e del suo contenuto:
“Chiunque danneggi la mia tomba o rubi i suoi ornamenti, che possa egli veder la morte di tutti i suoi familiari.”
“Chiunque rubi i chiodi da questa struttura, possa egli conficcarli nei suoi occhi.”
Inumazione e Cremazione
A partire dalla fondazione di Roma (753 a.C.) e per tutto il periodo della Repubblica si utilizzava tanto la sepoltura quanto la cremazione, a seconda della volontà dei singoli; la legge della Tavola X ci dice che in effetti entrambe le modalità erano previste.
A partire dal II secolo a.C. e fino a tutto il II secolo d.C. si diffuse la pratica generalizzata di bruciare i corpi e la sepoltura divenne un’eccezione.
Vennero istituite le ustrina, della aree sacre predisposte nei pressi di una o più tombe in cui venivano realizzate le pire che convertivano i corpi in cenere.
Sul finire del II secolo d.C. riprese progressivamente la tradizione dell’inumazione dei corpi, il che recò nuove problematiche rispetto agli spazi necessari e si diffusero pratiche di sepoltura collettiva, quali nel sepolcro Baccelli, in cui i defunti venivano racchiusi in muretti chiudendo poi l’apertura superiore con delle tegole consentendo così di impilare numerosi corpi.
Presero a diffondersi le Catacombe Cristiane di cui a Roma se ne contano oggi oltre quaranta fra quelle note ed ufficiali (moltissime sono state le catacombe distrutte), più molte altre piccole e piccolissime non riconosciute come catacombe cristiane (potevano esistere catacombe pagane) o non esplorate.
I Cristiani utilizzano l’inumazione e nel IV secolo l’usanza della cremazione scomparve definitivamente, come anche riferito da Macrobius.
La commemorazione dei morti
I romani avevano un rapporto con i morti diverso da quello che abbiamo oggi; non esistevano zone cimiteriali riservate e qualunque terreno di cui si avesse la disponibilità al di fuori delle mura cittadine era utilizzabile.
Coloro che possedevano una villa fuori Roma spesso realizzavano tombe per i familari nelle vicinanze della villa (per esempio la villa di Massenzio con il Mausoleo di Romolo, la villa di Erode Attico con il tempietto di Annia Regilla); in generale non si trovava spiacevole vivere accanto ad un monumento funebre, ma anzi lo splendore del monumento accresceva anche il valore della casa.
I romani usavano fare frequenti visite alle tombe dei loro familiari, e vi erano due ricorrenze particolari, la Parentalia e la Lemuria, che si svolgevano nei mesi di Febbraio e di Maggio; venivano realizzate delle cerimonie, apposte decorazioni floreali sulle urne e offerte libagioni (inferiae).
Le cerimonie funebri potevano consistere in allegri banchetti; si pensava che il congiunto potesse provare piacere dalla compagnia dei familiari piacevolmente riuniti; potevano esistere delle cannule che mettevano in comunicazione la stanza sovrastante con la camera funeraria attraverso cui far passare dei profumi o delle gocce di vino in modo che i defunti potessero partecipare e trarre maggiore godimento dal ritrovo.
Corredo funerario
Normalmente all’interno del luogo di sepoltura veniva predisposto un corredo funerario; i ritrovamenti sono meno frequenti nelle incinerazioni forse a causa del danneggiamento del fuoco; gli oggetti più tipici sono:
vasetti vitrei contenenti unguenti e balsami;
brocche;
lanterne che davano luce al defunto nell’aldilà;
una moneta, alle volte posta nella bocca del morto, il cosiddetto "obolo di Caronte", con la quale il defunto avrebbe potuto pagare una sorta di pedaggio a questa figura mitologica per poter essere traghettato attraverso il fiume Acheronte e raggiungere gli inferi.
La Tomba a Tumulo
Era una tipologia di tomba piuttosto diffusa nell’antichità in epoche precedenti ai Romani tra gli Etruschi e in altre parti del Mediterraneo, adottata poi dai nobili romani più potenti a partire dalla tarda era Repubblicana (il primo esempio conosciuto di tale tipologia di tomba è attribuito al Tumulo di Silla, eretto in Campo Marzio; Silla morì nel 78 a.C.).
A partire da Roma si diffuse rapidamente in tutto il resto d’Italia ed il modello principe ed inarrivabile fu il grandioso tumulo di Augusto costruito tra il 32 ed il 28 a.C. al Campo Marzio dove oggi è Piazza Augusto Imperatore al centro di Roma; vi vennero deposte le spoglie di numerosi membri della famiglia imperiale Augustea prima e dopo la morte di Ottaviano Augusto avvenuta nel 14 d.C.; il tumulo, venne chiamato Mausoleo di Augusto e fu il più grande del genere mai costruito, con i suoi complessivi 87 metri di diametro e i 5 muri concentrici (Mole Adriana a parte); dopo la morte di Augusto tale usanza declinò rapidamente nel breve volgere di qualche decennio fino a scomparire quasi del tutto intorno al 50 d.C..
L’Imperatore Adriano ne riprese la tradizione nel 135 d.C. con la sua colossale e magnifica Mole Adriana meglio nota come Castel Sant’angelo che venne terminata nel 139 e accolse le spoglie degli Imperatori ininterrottamente fino a Caracalla nel 217 d.C..
Pochi anni dopo che la Mole Adriana cessò di essere utilizzata venne ancora realizzato per il giovane Imperatore Alessandro Severo morto nel 235 d.C. il tumulo del Monte del Grano, se pure tale attribuzione è stata a lungo messa in dubbio; non vi fu ulteriore seguito in tale tipologia.
Il tumulo rappresentava per i nobili e gli aristocratici romani una strumento di autocelebrazione e autodivinizzazione, tanto più se si pensa che il monumento funebre veniva normalmente realizzato molto prima della morte del committente; volevano con esso ricollegarsi direttamente alle sepolture degli eroi mitici quali Enea e rappresentarne quindi la continuazione nel mito.
Il manufatto consisteva di un basso tamburo circolare in opera cementizia rivestito di marmo o travertino o anche in pietra; al centro dell’area circolare creata dal tamburo veniva realizzata la cella di ingresso al sepolcro normalmente della stessa altezza del muro esterno; lo spazio tra la cella e il muro circolare esterno veniva completamente riempito di terra, che ai bordi della parete circolare arrivava fino alla cima del muro mentre al centro il terrapieno andava a salire di livello, costituendo così una sorta di cono; una galleria con copertura a volta congiungeva l’ingresso della cella all’ingresso esterno (dromos); all’interno del muro circolare si cominciarono a costruire mura interne curvilinee raccordate tra loro e di raccordo col tamburo esterno secondo vari modi geometrici allo scopo di alleggerire il carico del terrapieno sulle mura esterne, ripartendo sulle mura interne una buona parte dello sforzo esercitato dalla pressione del terreno; sopra la camera mortuaria poteva essere posta una colonna che fuoriusciva dal tumulo e sopra questa la canonica statua del defunto orientata verso la strada che normalmente lo ritraeva in abiti ufficiali; altrimenti sul terreno del tumulo si poteva far crescere un piccolo boschetto, solitamente di cipressi o comunque di piante sempre verdi.
Nei dintorni di Roma esistono una trentina di tumuli, disposti sulle principali vie consolari, tutti, eccetto due, databili tra la metà I secolo a.C. e la fine del I secolo d.C.; non ne esistono due che presentino esattamente la stessa tipologia costruttiva; generalmente i più antichi non sono rialzati dal podio, hanno solitamente un muro più basso, anche di soli due o tre metri, e il rapporto tra diametro e altezza del muro è normalmente di 3 a 1; col passare degli anni i tumuli andarono crescendo in altezza, utilizzando anche un podio a pianta quadrata per alzarli dal suolo; il diametro del tamburo andava da 30 piedi fino a 100 piedi romani e oltre ( 1 piede = 29,6 centimetri ); il rapporto diametro - altezza era di circa 2 a 1 e l’altezza poteva arrivare a 18 metri; la cella centrale veniva attrezzata con una o più nicchie dove deporre le ceneri del morto; il Mausoleo di Augusto rappresenta l’apice di questa tipologia di tombe; è alto 12 metri e largo 30, ma poggia su un ulteriore terrapieno utilizzato come podio di 89 metri di diametro e 30 metri di altezza.
Alcune Tombe a Tumulo di Roma:
- Il Mausoleo di Augusto a Piazza Augusto Imperatore (32 - 28 a.C.)
- La mole Adriana meglio nota come Castel Sant’Angelo (135 d.C.)
senza tumulo di terra, unico esempio di tale tipologia funeraria nel II secolo d.C.. - Torrione Prenestino al II miglio della omonima via (15 a.C.)
- Mausoleo di Cecilia Metella sulla via Appia Antica, 161 (circa 30 - 20 a.C.)
in cui il tumulo era quasi simbolico
[visite - intero € 2.00] - Tumuli degli Orazi e Curiazi al V miglio dell’Appia Antica (seconda metà I secolo a.C.)
I 2 tumuli degli Orazi e quello dei Curiazi sono riferiti al noto evento leggendario che decise la guerra tra Roma ed Albalonga ai tempi del terzo Re di Roma Tullo Ostilio di cui parla Tito Livio (Ab Urbe Condita I, 24 - Ab Urbe Condita I, 25); Livio scrive che vennero realizzati 5 tumuli esattamente nei luoghi ove caddero cinque dei sei protagonisti (il sesto sopravvisse e decretò la vittoria di Roma): i due degli Orazi verso Alba, dove ebbe inizio lo scontro, e i tre dei Curiazi verso Roma e distanziati tra loro; in effetti oggi c'è un solo tumulo dei Curiazi a poco meno di trecento metri da quelli degli Orazi.
Vista la tipologia realizzativa e l’utilizzo di peperino e travertino si ritiene che questi tumuli furono simbolicamente costruiti in epoca augustea con intento celebrativo e di esaltazione della tradizione romana arcaica, secondo quella che era la politica culturale seguita da Ottaviano Augusto e a questo stesso periodo risalgono del resto gli scritti di Livio.
Si nota che la via Appia esattamente tra il tumulo dei Curiazi ed il Mausoleo Rotondo, posto 150 metri più verso Roma, presenta una deviazione disegnando una gobba e discostandosi dall'asse rettilineo di circa 10 metri, probabilmente a rispettare un antico luogo sacro. - Monte del Grano al Quadraro sulla Tuscolana
Fu il luogo di sepoltura dell’Imperatore Alessandro Severo (ucciso dai suoi soldati nel 235 d.C.) ma l’attribuzione è forse incerta; sarebbe l’unico esempio di tumulo costruito nel III secolo d.C.. - Mausoleo di Lucilio Peto in via Salaria, 125 (fine del I secolo a.C.)
Scoperto nel Maggio 1886 durante la risistemazione dell’ex Vigna Bertone.
[Non Visitabile - richiesta informazioni alla soprintendenza].
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Mausoleo di Lucilio Peto.
Il tamburo, lievemente annerito, è interamente in opera quadrata di travertino; sulla destra si nota che i blocchi sono addossati ad una robusta opera cementizia in scaglie di tufo e travertini che sorregge il tumulo.Venne realizzato con un tamburo circolare di 33,5 metri di diametro rivestito in travertino; è sormontato da un cono di terra, forse l’originale tumulo, che doveva essere ricoperto da alberi e che doveva arrivare a 16 metri quando era intatto; il pavimento originario del mausoleo stimo sia almeno 10 metri più basso dell’attuale piano stradale; Lanciani ipotizza che venne sepolto in epoca imperiale con la terra proveniente dagli sbancamenti per la realizzazione dei mercati Traianei; l’ingresso alla camera era posto sul lato opposto alla strada mentre verso la Salaria era rivolta la targa in marmo della lunghezza di 5 metri.
L’epigrafe recita:
«V(ivus) (fecit) M(arcus) LUCILIUS M(arci) F(ilius) SCA(ptia) (tribu) PAETUS
TRIB(unus) MILIT(um) PRAEF(ectus) FABR(ium) PRAEF(ectus) EQUIT(um)
LUCILIA M(arci) F(ilia) POLLA SOROR»
“Da vivo (realizzò il monumento per sé e per la sorella).
Marco Lucilio Peto, figlio di Marco, della Tribù Scaptia,
Tribuno militare, Prefetto dei fabbri, Prefetto della cavalleria.
Lucilia Polla, figlia di Marco, sorella.”
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Epigrafe funeraria del Mausoleo di Lucilio Peto, posta sul lato di via Salaria.
Belli i caratteri utilizzati, "in lettere della più squisita forma che si possa trovare in Roma", secondo il Lanciani; l’iscrizione è realizzata su un riquadro in lastre di marmo alto quasi quanto il tamburo e contornato da un kyma lesbio.
Una buona parte della targa rimase vuota, cosa che fà supporre che fossero previsti ulteriori ospiti.
Al monumento si addossarono negli anni numerosi colombari distrutti a fine secolo XIX ed esso stesso venne riutilizzato come catacomba nel IV secolo. - Casal Rotondo (seconda metà del I secolo a.C. - al VI miglio della via Appia Antica)
- Sepolcro di Priscilla (via Appia - fine I secolo d.C.)
Un esempio tardo di tumulo. - Sepolcro di Largo Talamo (via Collatina - prima metà I sec. d.C.)
Venne rinvenuto nel 1935 durante la costruzione di San Lorenzo all’angolo tra viale San Lorenzo e via dei Sardi, lungo l’antica via Collatina, via che seguiva il tracciato del vicolo di Malabarba; a ridosso del monumento nei secoli furono realizzati numerosi colombari; ancora dopo tutto venne coperto da un edificio successivamente abbattuto per realizzare il nuovo quartiere; dopo la scoperta venne smontato e ricostruito in largo Eduardo Talamo.
Nel seguito riassumo più o meno quanto scritto sul tabellone illustrativo posto dalla Soprintendenza all'ingresso dell'area.
La struttura era realizzata con un podio a base quadrata di 5,5 metri di lato per 2,7 metri di altezza con al di sopra un basso tamburo cilindrico; podio e tamburo erano realizzati con un nucleo di opera cementizia interamente rivestita da opera quadrata di travertino; l'ingresso era rivolto a sud ed il lato principale ad ovest; su quest'ultimo era posta una panchina in travertino con sostegni a zampa di leone e l'iscrizione con indicate le misure della tomba:
In Fr(onte) P(edes) XXXII
In Agr(o) P(edes) XX.
Dal lato dell'ingresso era il vestibolo, un vano di XII piedi di larghezza, successivamente riutilizzato come colombario e poi rimasto interrato.
All’interno del sepolcro era una cella circolare con parete in opera reticolata, quattro nicchie ricavate in corrispondenza dei 4 angoli del podio e un sedile in travertino addossato alla parete circolare; tra le nicchie erano disposti 4 pilastri in travertino che sorreggevano una qualche volta.
La tomba originaria risale alla prima metà del I secolo d.C.; nelle nicchie si trovarono alcune urne e uno scheletro; il sepolcro venne secoli dopo riutilizzato per due sarcofagi in terracotta, rivestiti di intonaco e marmo; realtivamente ai due sarcofagi furono trovati bolli laterizi risalenti al 180-212 d.C..
L'intera cella e il sedile erano rivestiti con intonaco rosso con fasce più scure agli angoli e decorazioni di rombi e festoni floreali alternati alle nicchie e ai pilastri; questi ultimi erano intonacati in bianco con fasce scure agli spigoli.
Al di sopra, sempre all'altezza delle nicchie, era un fregio su sfondo bianco di quadratini con un punto al centro e una zona bianca ornata di foglie e fiori; le pitture sopra le nicchie erano già semidistrutte al momento della scoperta.
Al centro della stanza è un pozzo circolare con copertura in travertino per il drenaggio dell'acqua piovana.
Si è conservato l'intero rivestimento in travertino del podio mentre del tamburo sono stati trovati due frammenti della cornice di base e del fregio posto in cima; non è stato ritrovato il pavimento; in conseguenza del trasloco gli intonaci con gli affreschi sono andati tutti completamente distrutti come pure il nucleo cementizio e l'opera reticolata dell'interno; nella ricostruzione del 1935 venne ripristinata la sola opera quadrata del podio; il tamburo in cemento credo sia stato realizzato in epoca contemporanea.
Nei lavori di sterro furono trovati numerosi reperti: una piccola ara, una statuetta femminile in marmo, il bronzetto di un pigmeo nell'atto di scagliare un giavellotto, due lucerne, monete, anelli; dove siano ora non viene indicato.
Visitabile su prenotazione solo da gruppi organizzati (in associazioni?) - tel. 060608.
- Mausoleo di Tor di Quinto (Via Flaminia - I secolo d.C.)
Il sepolcro era situato lungo la via Flaminia e consisteva in due tamburi gemelli su di un unico basamento parallelepipedo, con podio e tamburi interamente ricoperti di marmo.
Dell’originale monumento, situato nella proprietà del distaccamento dei Carabinieri a Cavallo a Tor di Quinto si conserva parte del nucleo cementizio; nel 1875 venne in parte recuperato il rivestimento marmoreo e il monumento venne ricomposto ad opera dell’archeologo Giacomo Boni lungo l’attuale via Nomentana, ricostruendo interamente il podio con uno solo dei due tamburi, su cui vennero inseriti i rivestimenti recuperati.
Il podio ricostruito sulla Nomentana ha una forma cubica di circa 5 metri di lato ed il tamburo è alto circa 5 metri.
Alta Risoluzione
Mausoleo di Tor di Quinto ricostruito sulla via Nomentana.
Il rivestimento di marmo con i fregi e i cippi di coronamento sono gli originali mentre i mattoni del tamburo e del basamento sono stati inseriti nella ricostruzione; anche i blocchi di tufo penso siano stati realizzati a fine '800 e nello stile bugnato imitano le scalpellature dei massi di opera quadrata realizzati dagli scalpellini romani antichi; originariamente l’intero podio doveva essere in opera cementizia rivestita di marmo con una o più camere ricavate all’interno e sosteneva due tamburi gemini. - Mausoleo La Celsa (via Flaminia)
Si trova in località Labaro, a meno di duecento metri dalla Stazione La Celsa.
Si compone di una grande struttura circolare poggiata su un podio a pianta quadrata, situata sul lato sinistra della Flaminia sopra un alto costone tufaceo; la struttura in cementizio è piuttosto integra e doveva essere forse ricoperta in travertino.
Nei pressi si trova anche un'ampia necropoli rupestre.
I tumuli costruiti successivamente a quello di Augusto furono via via più ridotti nelle dimensioni e cambiarono le loro proporzioni: il tamburo esterno divenne sempre più ridotto nel diametro crescendo al contempo in altezza ed il diametro della camera sepolcrale venne quasi a coincidere col diametro del muro esterno; il terrapieno divenne una presenza simbolica sopra al tamburo o scomparve del tutto e si svilupparano gli abbellimenti architettonici e le decorazioni.
Furono costruiti in particolare nell’Italia centrale fino in Campania e in parte dell’Italia settentrionale; mai all’estremo sud d’Italia o nelle isole; i tumuli risalenti al periodo dal 60 a.C. fino al 50 d.C. (ultima era Repubblicana e tutto il periodo di Augusto e della dinastia Giulio Claudia) realizzati fuori dell’italia sono dei casi rarissimi; invece dopo che in Italia ne scomparve l’uso, durante la fine del I secolo e nel II secolo d.C. tale struttura funeraria prese ad essere utilizzata fuori Italia, in Oriente ed in Occidente; si trattava comunque di manufatti sempre piuttosto ridotti nelle dimensioni se confrontati a quelli da 100 piedi di diametro (circa 30 metri) che sono a Roma.
La piramide
I romani erano soliti assimilare usi e costumi delle popolazioni conquistate e quindi appare naturale che qualcuno pensò di costruirsi una tomba nello stile dei faraoni egizi; la famosa piramide Cestia non fu l’unico monumento funebre con tale tipologia costruito a Roma, ma è il solo rimasto.
Piramidi di Roma:
- Piramide Cestia (Piazzale Ostiense - circa 15 a.C.)
La piramide è alta 37 metri con base quadrata di lato 30 metri, realizzata con un unico blocco di opera cementizia interamente ricoperta di marmo bianco lunense.
All’interno si trova una sola piccola camera sepolcrale con copertura a volta il cui ingresso venne murato immediatamente dopo la deposizione del defunto; le pareti e la volta sono interamente intonacate ed affrescate con raffigurazioni di candelabri, vasi, Vittorie alate e linee che creano riquadrature e scompartimenti.
L’iscrizione riportata sul lato a levante verso la via Ostiense e sul lato opposto a ponente è:
«C. Cestius L. F. Pob. Epulo Pr. Tr. Pl.
VII Vir(i) Epulonum»
“Gaio Cestio Epulone, figlio di Lucio, della tribù Poblilia, Pretore, Tribuno della Plebe,
septemviro degli Epuloni”
Era cioè uno dei sette Epuloni; gli Epulones costituivano una delle 4 grandi corporazioni religiose di Roma e si occupavano dell’organizzazione di feste solenni, giochi e banchetti pubblici.
Dal lato a levante in basso e più in piccolo si legge:
«Opus Absolutum Ex Testamento Diebus CCCXXX
Arbitratu
Ponti P. F. Cla. Melae Heredis et Pothi L.»
“Opera completata come da testamento in 330 giorni
per disposizione
di Ponzio Mela, figlio di Publio, della tribù Claudia, erede, e di Potho, liberto”
e l’iscrizione sui due lati a levante e ponente relativa al restauro fatto eseguire dal Papa Alessandro VII:
«Instauratum An. Dom. MDCLXIII»
James Anderson - 1870 - Piramide Cestia e porta San Paolo ancora unite dalle mura.
[wikipedia] Alcune foto e disegni d’epoca della piramide Cestia
Una delle 4 Vittorie alate (nike) affrescate sulla volta della camera con serto di alloro in una mano e un monile nell’altra.
[wikipedia] alcune foto degli interni della piramide Cestia - Meta Romuli (all’incrocio tra Cornelia e Triumphalis ad est della seconda via).
Posizionata tra Borgo Nuovo (Borgo Pio) e via di Porta Castello, cioé tra la Basilica di San Pietro e Castel Sant’Angelo, in prossimità di quest’ultimo, era chiamata popolarmente Piramide di Borgo e descritta come più grande della piramide Cestia e di grande bellezza.
Ruccellai e Pietro Mallio la descrivono circondata da una pavimentazione con lastroni di travertino, alta 40 metri e interamente ricoperta di marmo; papa Dono o Domno (Donnus I) nel 675 ne utilizzò i rivestimenti per realizzate i gradini di San Pietro; quando Alessandro VI nel 1495 fece realizzare Borgo Nuovo il terreno venne livellato ed il nucleo cementizio della piramide venne abbattuto.
Rappresentata da numerosi artisti in epoca medioevale e rinascimentale, negli esempi che ho rintracciato è disegnata con base esagonale tra XIII e XIV secolo e con base quadrata nel XV e XVI secolo.
È rappresentata nel pannello in bronzo del Martirio di San Pietro di Antonio Averulino "Filarete" realizzato tra il 1433 ed il 1445 e situato nel portone centrale in bronzo della basilica di San Pietro; in basso a sinistra è la piramide Cestia e a destra la Meta Romuli.
È ritratta nel ciborium di Sisto IV, ora nelle grotte Vaticane.
Nella tempera su legno della crocifissione di Pietro raffigurata da Giotto intorno al 1330 nel pannello sinistro posteriore del Trittico Stefaneschi conservato alla Pinacoteca Vaticana è rappresentata sulla sinistra la piramide Cestia e sulla destra una piramide che dovrebbe raffigurare la Meta Romuli.
Venne anche raffigurata nell’affresco della visione di Costantino prodotto dalla scuola di Raffaello nel 1520-1524.
Le due piramidi vengono anche rappresentate nella Crocifissione di S. Pietro del Masaccio (1426) lavoro a tempera commissionato da Messer Giuliano di Colino degli Scarsi da San Giusto per una cappella in Santa Maria del Carmine a Pisa e conservato al Berlin Staatliche Museen.
Dettaglio della visione della Croce, affresco realizzato su un disegno di Raffaello tra il 1520 ed il 1524, dopo la prematura scomparsa del maestro avvenuta nel 1520, dai suoi allievi Giulio Romano, Giovanni Francesco Penni e Raffaellino del Colle, e situato nella Sala di Costantino del Palazzo Apostolico al Vaticano.
L’affresco rappresenta Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio nel 312, quando l’Imperatore ebbe la visione della Croce ed in conseguenza decise di adottare il simbolo del Chi Rho nel suo vessillo ed il motto "in hoc signo vinces"; nella battaglia sconfisse Massenzio e l’anno dopo con l’Editto di Milano decretò la fine delle persecuzioni contro i Cristiani.
Nel dettaglio sullo sfondo si vede un paesaggio di Roma: il Tevere ed alcuni monumenti pagani; sulla sinistra è raffigurata la Meta Romuli ed a fianco dovrebbe essere il Terebinthus Neronis ed il ponte di Nerone su cui passava la via Triumphalis; dall'altro lato del fiume il monumento che si scorge credo sia il Mausoleo di Augusto.
Il Terebinthus, anche noto come obeliscus neronis, era un mausoleo descritto come più alto della Mole Adriana di forma circolare con più tamburi sovrapposti di diametro decrescente interamente ricoperto di travertini; venne distrutto da papa Dono o Domno nel 675 e con i suoi travertini venne realizzato il pavimento del "paradiso" di San Pietro; viene rappresentato anche nel martirio di San Pietro del Filarete, al centro fra le due piramidi.
Sono anche presenti nell’affresco della Crocifissione di Pietro del Cimabue (1280-1283) conservato nella chiesa superiore di San Francesco ad Assisi.
Su Meta Romuli e Terebinto di Nerone:
Francis Morgan Nichols - The Marvels of Rome [ Ellis and Elvey - London, 1889 ] - Traduzione inglese della guida di epoca medioevale Mirabilia Urbis Romae
Platner & Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome [ Oxford University Press, London, 1929 ] - Meta Romuli
Il Mausoleo
Il nome deriva da Mausolo, un re dell’Asia Minore che si fece costruire un grande monumento funebre ed è caratterizzato dall’aspetto particolarmente imponente; i Mausolei potevano essere in opera cementizia ricoperta di marmo o travertino o in opera laterizia; erano ovviamente un lusso riservato a pochi romani per sé e per la propria famiglia.
Alcuni Mausolei di Roma:
- Le grandi Tombe a Tumulo
- Le grandi Piramidi
- I Mausolei rotondi cristiani del IV secolo in opera laterizia
- Mausoleo dei Gordiani sulla Prenestina (forse pagàno)
- Mausoleo di Sant’Elena sulla Casilina
- Mausoleo di Santa Costanza sulla Nomentana
- altri Mausolei rotondi laterizi (epoca imperiale)
- Mausoleo c.d. di Menenio Agrippa (via Nomentana, epoca imperiale presumibilmente III o IV secolo)
Appena oltre il ponte Nomentano sull'Aniene, (il ponte Vecchio) sulla sinistra dell'antico tracciato della Nomentana, all'interno del parco pubblico "Gaio Sicinio Belluto", si trova un sepolcro di cui resta la sola opera cementizia in scaglie di tufo ed alcuni resti di opera laterizia in prossimità dell'ingresso.
Nelle forme si compone di un basamento parallelepipedo su cui poggia un alto corpo cilindrico coperto da una volta a cupola in cui sono innestate delle anfore al fine di alleggerire la struttura; il terreno presenta una ripida discesa sulla strada per cui il basamento è visibile solo dal lato della strada, mentre dal lato opposto il terreno arriva all'altezza del tamburo; l'ingresso dotato di un'ampia arcata era posto sul retro rispetto alla strada e dava sul piano superiore della struttura; in epoca moderna è stato murato lasciando l'interno inaccessibile; esternamente sono state realizzate delle costole di sostegno della struttura antica.
In epoca medioevale fu utilizzato come base per una torre di cui non resta oggi traccia.
Il tamburo con copertura a cupola del Mausoleo così detto di Menenio Agrippa visto dal lato dell'ingresso
- Mausoleo c.d. di Menenio Agrippa (via Nomentana, epoca imperiale presumibilmente III o IV secolo)
- Mausolei (rotondi) con recinzione funeraria
- Mausoleo di Romolo sull’Appia Antica
Venne eretto nel 307 d.C. da Massenzio per il figlio Romolo prematuramente scomparso; si compone di una vasta area quadrata chiusa da una serie di mura in opera listata (quadriportico) abbastanza conservate con al centro una costruzione rotonda in opera listata con copertura a cupola; dell’edificio rimane solo la parte inferiore, che guardando dalla strada rimane nascosta alla vista da un casale costruito a ridosso dell’edificio.
- Mausoleo di Romolo sull’Appia Antica
- La Colonna Traiana
Marco Ulpio Nerva Traiano, imperatore di Roma dal 98 al 117 d.C. fece realizzare il Foro Traiano in cui venne collocata la colonna che prende il suo nome.
Blocchi cilindrici di marmo lunense con diametro di quasi 4 metri realizzano una colonna alta quasi 30 metri (e arriva a circa 40 metri aggiungendo l’alto basamento e la statua dell’Imperatore posta alla sommità e sostituita nel medioevo da quella di S.Pietro).
Venne realizzata per celebrare l'Imperatore Traiano e, scolpite su un fregio spiraliforme (primo esempio di tale tecnica nell’arte romana), le sue gesta contro i Daci; aveva inoltre la funzione di indicare simbolicamente l'altezza dell'altura che collegava Quirinale e Campidoglio sbancata per far posto al Foro di Traiano, mostrando così quale gran lavoro si dovette eseguire; all’interno è scavata una scala a chiocciola e nel piedistallo una camera da cui parte la scala e che venne utilizzata per disporvi le urne contenenti le ceneri di Traiano e della moglie Plotina; non è chiaro se tale funzione venne stabilita all'atto della costruzione o solo dopo la morte di Traiano; si noti che la colonna è situata all'interno delle mura (Serviane), contravvenedo alla nota legge delle XII tavole, ed è probabilmente l'unico caso in tutta Roma.
L'iscrizione sopra l'ingresso alla camera riporta:
Senatus Populusque Romanus
Imp(eratori) Caesari Divi Nervae F(ilio) Nervae
Traiano Aug(usto) Ger(manico) Dacico Pontif(ici)
Maximo Trib(unicia) Pot(estate) XVII Imp(eratori) VI Co(n)s(uli) VI P(atri) P(atriae)
Ad declarandum Quantae Altitudinis
Mons Et Locus Tan[tis Oper]ibus Sit Egestus
Il Senato ed il Popolo di Roma
all'Imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del Divo Nerva,
Augusto Germanico Dacico, Pontefice Massimo,
(detentore per la) diciassettesima volta della Potestà Tribunizia, (acclamato per la) sesta volta Imperatore, per la sesta volta console, Padre della Patria,
a mostrare quale era l'altezza
del colle che con grandi lavori è stato demolito
Giovanbattista Piranesi: La colonna Traiana - Tomo 14 da Tav. III a Tav. XXI (da pag. 3 a pag. 28) [se la pagina non si carica riprovare in un secondo momento].
Sepolcro monumentale
Sono dei monumenti solitamente a pianta quadrata, in genere utilizzati per contenere le urne cinerarie e solo a volte per le tumulazioni.
Se il monumento era di piccole dimensioni poteva essere realizzato scolpendo un unico blocco di travertino o marmo, o pochi pezzi comunque interamente in pietra; i monumenti di medie dimensioni venivano invece realizzati con un nucleo cementizio rivestito con lastre di travertino o marmo lavorate e scolpite con fregi e bassorilievi; i monumenti di grandi dimensioni li farei rientrare nella categoria dei Mausolei.
Tale tipologia sepolcrale monumentale caratterizzata dall’impiego di blocchi e cortine in marmo o travertino prese a diffondersi sul finire dell’età repubblicana intorno alla metà del I secolo a.C., quando tali materiali cominciarono ad essere usati nella realizzazione di edifici e templi e venne utilizzata durante tutto il periodo dell’Alto Impero con massima diffusione sotto la dinastia Giulio-Claudia da Augusto a Nerone; nel Basso Impero in genere si realizzavano monumenti di piccole dimensioni economicamente poco impegnativi e le qualità artistiche e creative di tali manufatti andarono via via degradando.
Tipologie monumentali di piccole dimensioni:
• cippo (un blocco parallelepipedo o cilindrico di pietra scolpita che poteva o meno essere poggiato sopra un alto basamento);
• stele (una lastra monolitica di pietra lavorata, in cui può venire definito un inquadramento architettonico tramite incisioni e bassorilievi) (stele a falsa porta, stele a edicola); poteva essere disposta direttamente infissa nel terreno ma anche attaccata ad una parete di una struttura più grande;
• ara (un cippo modellato a guisa di ara, simboleggiante cioé un altare sacro in miniatura).
La stele, seguita da cippo ed ara, erano le più classiche tipologie usate nelle tombe economiche tanto per le inumazioni quanto per le incinerazioni; i resti del defunto venivano adagiati nel terreno utilizzando una tomba a fossa per le inumazioni o a pozzo per le incinerazioni; per i cippi usati nelle incinerazioni poteva anche essere realizzato un vano all’interno del cippo stesso che contenesse l’urna.
Sul blocco di pietra venivano realizzate iscrizioni, solitamente contenenti l’invocazione ai Mani, atto che rendeva il luogo sacro ed inviolabile, il nome del defunto e di chi fece realizzare la tomba ed anche abbellimenti floreali; a volte erano praticati dei fori nella pietra utilizzati dai parenti per sistemarvi dei fiori freschi.
In cippi e stele più raffinati venivano realizzate piccole statue in altorilievo.
Potevano esistere altre tipologie sempre di piccole dimensioni:
• edicola (un basamento sostiene una aedicola, un tempietto in miniatura),
• sarcofago.
Tipologie funerarie monumentali di medie dimensioni:
• a pilastro,
• a torre,
• a piramide,
• a dado,
• ad edicola (le forme del tempietto potevano essere svariate ma la più classica era quella del timpano o frontone sostenuto da due colonne),
• ad ara (l’ara è un altare generalmente di forma parallelepipeda usato per i sacrifici o per i doni agli dei),
• a sarcofago.
Sui monumenti potevano essere scolpite fantasiose rappresentazioni che ricordassero la figura e le attitudini del committente, quali il sepolcro di Eurisace di fronte a Porta Maggiore, che, pensato spoglio dei suoi rivestimenti, potremmo genericamente definire del tipo a dado.
Nei monumenti di medie dimensioni i resti del defunto erano solitamente conservati in urne inserite in vani predisposti all’interno del monumento stesso.
Un elemento che a volte si riscontra in diverse tipologie è quello della rappresentazione di una falsa porta, che simboleggia il punto di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti; poteva essere una rappresentazione in miniatura come nelle stele a falsa porta o una rappresentazione in grandezza naturale ricavata nella facciata del monumento o anche il monumento poteva esso stesso rappresentare complessivamente una o più porte.
Questi monumenti erano numerosissimi ma purtroppo praticamente tutti vennero spogliati delle coperture marmoree solitamente per la produzione di calce; il marmo era assai ricercato per tale scopo già durante il basso impero romano nel IV secolo, al punto che gli Imperatori stabilirono la pena di morte per tale crimine ma il fenomeno del furto di marmo e bronzo dalle tombe rimase talmente diffuso che nel 349 l’Imperatore Costante dovette sostituire la pena capitale con una pesante multa visto l’eccessivo numero di condannati; successivamente nel corso del medioevo e del rinascimento tutti i monumenti visibili vennero depredati.
Quindi solitamente possiamo osservare il solo nucleo in calcestruzzo romano che sosteneva i rivestimenti; con la loro copertura marmorea se ne sono salvati pochissimi grazie a fortunate coincidenze, quali ad esempio il rimanere sepolti dal terreno o protetti da costruzioni medioevali che li usarono come fondamenta o inglobati in parti delle mura Aureliano-Onoriane realizzate nel III-V secolo e andate poi distrutte in epoca moderna per qualche evento specifico (le mura vennero costruite cercando di includere le tombe onde risparmiare materiale da costruzione ed eliminare possibili posizioni di vantaggio per gli assedianti).
Sepolcro a Pilastro in prossimità della via Latina nel Parco degli Acquedotti completamente spogliato del rivestimento in marmo o travertino
Alcune tombe monumentali di Roma:
- Sepolcro di Eurisace detto la "tomba del fornaio" a porta Praenestina (Porta Maggiore) (approssimativamente metà I secolo a.C.)
- Cippo di Q. Sulpicius Maximus (fine I secolo d.C.- via Salaria)
Durante il cannoneggiamento delle mura del 20 Settembre 1870, che precedette l’ingresso a Roma dei bersaglieri dalla breccia di porta Pia, venne gravemente danneggiata la vicina porta Salaria; nel 1871 si decise di abbattere definitivamente la porta e venne così rinvenuto inglobato nelle fondamenta della torre cilindrica ad est della porta il monumento funebre a Quinto Sulpicio Massimo ed anche un sepolcro a camera.
Successivamente venne costruita una nuova porta anch’essa abbattuta nel 1921 per motivi di viabilità.
L'originale cippo è ai Musei Capitolini - Palazzo dei Conservatori e i massi della tomba a camera ed una copia del sepolcro di Sulpicio Massimo furono inseriti all’interno di un piccolo giardino a poche decine di metri dalla originale ubicazione, all’angolo tra via Piave e via Quinto Sulpicio Massimo.
La tomba è realizzata con un alto piedistallo di travertino sormontato da un cippo di marmo alla cui sommità è un frontone con acroteri angolari; nel cippo è scolpita una statua raffigurante il giovane di 11 anni con a fianco incisa la sua opera improvvisata e al di sotto la epigrafe che ne racconta brevemente la storia in Latino e Greco; nel 92 d.C. Domiziano aprì il terzo certamen quinquennale, una sorta di campionati del mondo di ginnastica, sport equestri, musica e poesia, manifestazione che si sarebbe tenuta per tutta la durata dell’impero romano e di cui si avrebbero avute reminescenze ancora nel medioevo e nel rinascimento; tra le altre gare alcuni concorrenti in poesia greca si sfidarono in un componimento improvvisato su un tema assegnato (versus extemporales) ed il giovane Quinto Sulpicio Massimo vinse la gara, ma immediatamente dopo morì.
Sul cippo funerario è inciso (CIL VI.33976):
Cippo di Q. Sulpicio Massimo e cortile c.d. del Sepolcreto Salario
Vista d’insieme del suggestivo cortile posto a ridosso delle mura Aureliane dove è stato predisposto il sepolcro funerario di Quinto Sulpicio Massimo; le costruzioni a ridosso e dentro le mura erano utilizzate dalle guardie della porta; le mura che sovrastano il sito sono le mura Aureliane viste dall’interno e gli archi individuano il camminamento coperto delle mura; in particolare in corrispondenza del secondo arco da sinistra si nota la nicchia che dal lato esterno della cinta muraria, e quindi su piazza Fiume, corrisponde ad una delle poche latrine delle mura ancora esistenti che veniva utilizzata dalle guardie; successivamente venne aggiunta al sito la porta di ingresso barocca in peperino e travertino; in primo piano sulla destra il cippo in marmo di Quintus Sulpicius Maximus, copia dell’originale, posto su una colonna realizzata con blocchi di travertino antichi (credo riutilizzati allo scopo) ed al suo fianco si scorgono i massi in peperino della parte inferiore di una tomba a camera risalente probabilmente al 70-50 a.C. ornata con lesene in marmo ed un basamento in marmo poggiato su un ulteriore zoccolo in peperino; anche questa tomba a camera venne rinvenuta nel 1871 inglobata nella torre est della porta e qui ricostruita; la porta Salaria, danneggiata nel 1870 e successivamente abbattuta si trovava appena a sinistra delle mura visibili nella foto.
Questi due monumenti facevano parte del Sepolcreto Salario, una ampia necropoli sviluppatasi nel I sec. a.C. ed utilizzata anche nel I sec. d.C. lungo le Salaria Nova e Salaria Vetus, ovvero tra porta Salaria e porta Pinciana (porte che a quel tempo ancora non esistevano) e fino a villa Borghese; durante la costruzione del quartiere nel XVIII e XIX secolo si rinvennero numerosissime iscrizioni, cippi, stele e colombari.
«DEIS MANIBUS SACRUM
Q(uinto) SULPICIO Q(uinti) F(ilio) CLA(udia) (tribu) MAXIMO DOMO ROMA VIX(it) ANN(os) XI M(enses) V D(ies) XII
HIC TERTIO CERTAMINIS LUSTRO INTER GRAECOS POETAS DUOS ET L
PROFESSUS FAVOREM QUEM OB TENARAM AETATEM EXCITAVERAT
IN ADMIRATIONEM INGENIO SUO PERDUXIT ET CUM HONORE DISCESSIT VERSUS
EXTEMPORALES EO SUBIECTI SUNT NE PARENT(es) ADFECTIB(us) SUIS INDULSISSE VIDEANT(ur)
Q(uintus) SULPICIUS EUGRAMUS ET LICINIA IANUARIA PARENT(es) INFELICISSIM(i) F(ilio) PIISSIM(o) FEC(erunt) ET SIB(i) P(osterique) S(uis)»
“Sacro agli Dei Mani.
Per Quinto Sulpicio Massimo, figlio di Quinto, della tribù Claudia, nato in Roma e vissuto 11 anni 5 mesi e 12 giorni.
Egli, alla terza celebrazione quinquennale dei giochi Capitolini, tra 52 poeti di Greco riscosse apertamente i favori che furono risvegliati dalla sua giovane età, il suo ingegno suscitò ammirazione e dipartì con onore.
I suoi versi improvvisati sono incisi su questa tomba, a provare che i genitori (elogiando il suo talento) non erano ispirati unicamente dal loro profondo affetto per lui.
Quinto Sulpicio Eugramo e Licinia Ianuaria, infelicissimi genitori, realizzarono (il monumento) per il tenerissimo figlio e per loro stessi e per i loro posteri”
L’epigrafe è preceduta dalla scritta:
«Deis Manibus Sacrum»
“Sacro agli Dei Mani” (Sacro agli Spiriti dei Morti)
Era questa una invocazione propiziatoria, molto utilizzata solitamente nella semplice forma abbreviata D. M. o anche D. M. S., ma anche nella forma estesa Diis Manibus (Sacrum) o nella forma arcaica Deis Manibus (Sacrum), posta all’inizio delle iscrizioni funerarie e rivolta ai Mani, le ombre dei morti che, nella loro totalità, popolano gli Inferi, il regno sotterraneo del dio Ade (Inferus: che stà sotto). - Sepolcro di Geta sulla via Appia fine II secolo d.C.
della tipologia a torre originariamente era interamente ricoperta di marmo ma ne resta il solo nucleo cementizio. - Tomba di Nerone (al VI miglio della via Cassia - fine II secolo - inizio III secolo d.C.)
Come risulta dall’iscrizione, visibile dal lato opposto a dove scorre oggi la Cassia, si tratta del sepolcro del Prefetto Publio Vibio Mariano e della moglie Reginia Massima realizzato dalla loro figlia ed erede Vibia Maria Massima.
È un semplice sarcofago ad arca, con tetto a doppio spiovente ed acroteri angolari, interamente in marmo decorato con bassorilievi e posto su di un alto basamento originariamente rivestito di marmo e oggi rivestito in mattoni; lo stile delle sculture e dell’iscrizione, non eccelse, lo fanno datare al III secolo d.C..
Venne detto Tomba di Nerone dopo che papa Pasquale II nel XII secolo ordinò di abbattere la vera tomba di Nerone, il sepolcro dei Domizi, ubicata dove ora sorge Santa Maria del Popolo; questo papa era fortemente superstizioso e vedendo dei corvi volteggiare nei pressi della tomba dei Domizi ed in base ad altri casuali riscontri cabalistici dai quali si deduceva che Nerone si sarebbe reincarnato nell’Anticristo di cui narra Giovanni nell’Apocalisse, ma più probabilmente in quanto il popolino, che ancora amava la figura di questo Imperatore, era solito portare i fiori alla tomba il 9 Luglio, anniversario della morte di Nero, decise di far distruggere il monumento; successivamente, per placare il malcontento popolare, venne fatta correre la voce che le ceneri fossero state traslate in un mausoleo sulla Cassia, abbastanza lontano per sperare che cessasse la tradizione di portare i fiori sulla tomba al 9 di Luglio, speranza che però restò disillusa. - Sepolcro di Cornelia (Via Salaria I secolo a.C.)
Rinvenuto all’interno della torre ad ovest della porta Salaria quando questa venne abbattuta nel 1871, venne collocato in Corso d’Italia a ridosso delle mura Aureliane, appena dopo via Lucania.
Si tratta del monumento funebre di una certa Cornelia, figlia di L.Scipio e moglie di Vatienus, di cui rimane parte del basamento di forma rotonda in opera cementizia rivestita con marmo e travertino, una parte del fregio raffigurante un bucranio ed una parte di scultura. - Mausoleo di Marco Nonio Macrino - Tomba del Gladiatore (via Flaminia, seconda metà II sec. d.C.)
Sulle sponde del Tevere, a via Vitorchiano dove sorge una fabbrica dismessa, è stato ritrovato nell'Ottobre 2008, durante i i saggi di esplorazione eseguiti prima della costruzione di un nuovo complesso residenziale di tre palazzi ad opera del gruppo Bonifaci, un tratto del basolato dell'antica Flaminia sette metri più in basso dell'attuale livello del terreno; accanto alla strada è stato scoperto un notevole sepolcro monumentale di grandi dimensioni, che sembra avere la forma di un tempio interamente rivestito in marmo; si è salvato in quanto rimase sommerso dal limo per effetto delle esondazioni del Tevere già in epoca remota.
Sono venute alla luce numerose strutture quali colonne, un timpano, rivestimenti marmorei, decorazioni e una parte dell'iscrizione funeraria che consente di attribuire il monumento a M. Nonius Macrinus, un generale romano sotto Marco Aurelio; alla sua vita si sarebbe ispirato Ridley Scott tratteggiando la figura di Maximus Decimus Meridius interpretato da Russell Crowe nel film il Gladiatore, ma è più probabile che l'unica cosa in comune tra i due personaggi sia il fatto che vissero nel medesimo periodo storico.
È uno dei ritrovamenti archeologi più rilevanti avvenuti a Roma negli ultimi decenni e si spera possa favorire la nascita del parco archeologico della via Flaminia.
Della iscrizione che si sviluppava sull'architrave della facciata su sei righe se ne conserva circa una terza parte.
Su Macrino (di origini bresciane) e sull'epigrafe rinvenuta vedi:
[Apre PDF] Marco Nonio Macrino [Gian Luca Gregori - Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia].
Sul ritrovamento del monumento vedi: Tomba del Gladiatore
Sepolcro monumentale di epoca repubblicana
Alcuni tipi di sepolcri monumentali erano già diffusi in epoca repubblicana, realizzati in opera quadrata di tufo o di peperino.Alcune tipologie erano:
• a dado,
• ad ara,
• a recinto.
Alcune tombe monumentali repubblicane:
- Monumento Dorico (via Appia - II-I sec. a.C.)
della tipologia ad ara in opera quadrata di peperino e fregi in peperino - Sepolcro dei Festoni (via Appia - II-I sec. a.C.)
ad ara in opera quadrata e fregi in peperino - Sepolcro a dado (via Casilina - epoca repubblicana)
In piazza di porta Maggiore, all'interno delle mura e pochi metri alla destra del tracciato dell'antica Casilina, si trova un sepolcro romano che mi pare estremamente interessante e del quale cercando nel web non ho ancora trovato neanche una semplice altra testimonianza di esistenza; esternamente appare come un parallelepipedo di 2 metri di lato e 3 metri di altezza interamente in opera quadrata di peperino; presenta agli angoli delle lesene con capitelli corinzi, alla base una modanatura e in alto un fregio parzialmente conservato composto di bucrani (crani di bue), metope (le rosette) e triglifi (le tre barre verticali che si alternano alle rosette).
Dal lato rivolto verso dove passava l'antica via Casilina è presente una targa in travertino estremamente rovinata in cui si scorgono alcuni caratteri latini; sempre da questo lato si nota un basamento in travertino proseguito sul retro dal peperino.
Posteriormente si scorge un ulteriore masso in peperino posto al di sopra del fregio, e quindi forse esisteva una qualche sopraelevazione del monumento.
Considerata la posizione piuttosto sacrificata sul marciapiedi a bordo della trafficatissima strada che attraversa la piazza sembrerebbe che il sepolcro sia miracolosamente sopravvissuto nella sua originaria ubicazione.
Recinto funerario
La recinzione fueneraria è una sorta di estensione di altre tipologie funerarie e consiste di un recinto o transenna in opera quadrata o in opera con nucleo cementizio che va a delimitare una piccola area di terreno utilizzata come sepolcreto di famiglia e al cui interno si possono trovare l’ustrina ove avvenivano le cremazioni, are ed uno o più sepolcri monumentali, quali cippi, semplici stele o anche strutture monumentali più complesse.
Sepolcro a camera
I sepolcri a camera risalgono al periodo repubblicano (quelli ancora esistenti sono datati II e I secolo a.C.) e consistevano di semplici stanze a base quadrata poste su di un basamento a livello del terreno; a volte erano addossate ad una parete tufacea e parzialmente scavate nella roccia presentando comunque una parete direttamente sulla strada; le pareti potevano essere realizzate interamente in opera quadrata di tufo o peperino o anche travertino oppure con la sola facciata in opera quadrata e le pareti laterali e posteriori in opera reticolata.
La camera poteva essere realizzata allo stesso livello della strada (per esempio in via Statilia), oppure poteva essere posta su di un podio cementizio rivestito di marmi o travertino (stereobate) alto anche alcuni metri (tomba di Bibulo), o anche, se la conformazione del terreno lo permetteva, essere scavata nel tufo mantenendo una parete della camera in vista e senza un dromos di accesso.
Normalmente erano singole stanze, ma talvolta la costruzione poteva consistere di diverse stanze adiacenti in cui venivano posti i resti di poche persone; erano costruzioni dal costo medio alto e quindi appartenenti ad esponenti del ceto medio benestante romano.
Alcune tombe a camera di Roma:
- Sepolcro Gemino e sepolcro a camera di via Statilia (I e II secolo a.C.)
All’angolo tra via Statilia e via di Santa Croce in Gerusalemme, in occasione dell’ampliamento di via Statilia nel 1916, vennero rinvenuti una serie di sepolcri che erano disposti al lato dell’antica via Celimontana (strada che collegava la porta Celimontana alla località spes vetus presso Porta Maggiore); i sepolcri erano addossati al banco tufaceo sopra cui passava l’acquedotto neroniano e dove oggi è il giardino dell’ambasciata britannica e vennero interrati già nel periodo imperiale; vennero trovati due sepolcri a camera, di cui uno doppio, parzialmente scavati nel tufo; accanto, sotto ai giardini di villa Wolkonsky, si trovarono anche un colombario anonimo, ed un sepolcro della tipologia ad ara; il sito è visitabile su prenotazione.
Le tombe a camera sono visibili dalla strada attraverso la recinzione; le tre camere dei due sepolcri, a contatto tra loro, presentano una facciata in opera quadrata di tufo giallo mentre le altre pareti erano in opera reticolata; dalla strada è ben visibile sulla parete di fondo della camera sinistra un’ampia superficie in opus reticulatum di discreta fattura appoggiata al costone tufaceo; ogni camera ha lati di circa 4 metri o poco meno e presenta un ingresso piuttosto basso, simile ad una finestra; successivamente alla scoperta le tombe vennero protette con una tettoia e vennero realizzati i rinforzi in mattoni alle finestre.
Il sepolcro gemino consiste di due camere funerarie adiacenti e risale agli inizi del I secolo a.C.; come ornamento la facciata esterna presenta i busti in bassorilievo dei 3 uomini e delle 2 donne sepolti nelle due camere scolpiti su due blocchi di peperino; questi erano dei liberti di ricche famiglie romane; sotto i busti incise nel tufo le epigrafi in parte abrase e non facilmente leggibili; dell’iscrizione della camera destra si vedono solo due o tre parole della prima e seconda riga.
Vi si distingue la seguente iscrizione:
Cae[---]i[---]a [---] Plotia[---]L
Apollonia [---] S [---]
L’iscrizione della camera sinistra è quasi interamente leggibile ed in parte rimaneggiata in quanto ai tre personaggi raffigurati nei busti e che si fecero originariamente seppellire in tale camera vennero aggiunti altri due nomi.
Vi si legge:
«Clodiae N(umeri) l(ibertae) Stacte N(umerius) Clodius N(umeri) l(ibertus) C(aiae) Ann(i)ae C(ai) l(ibertae)
L(ucius) Marcius L(uci) f(ilius) Pal(atina) Armitrupho [---] Pal(...)
M(arcus) Annius M(arci) l(ibertus) Hilarus [---]C[---] Quinctionis
Hoc M[o]num[ent]um He[r]edes
[Ne Sequat]ur»
Adiacentemente si trova il sepolcro a camera di Publio Quinzio, della moglie e della concubina, risalente probabilmente alla fine del II secolo a.C.; come decorazione della facciata presenta due scudi tondi in altorilievo e una modanatura scolpita nei blocchi di tufo intorno all’ingresso; l’iscrizione che si può leggere abbastanza agevolmente è:
i busti in bassorilievo dei tre occupanti della camera sinistra del sepolcro gemino e sotto l’iscrizione funeraria incisa nel tufo
«P(ublius) QUINCTIUS T(iti) L(ibertus) LIBR(arius)
QUINCTIA T(iti) L(iberta) UXOR
QUINCTIA P(ubli) L(iberta) AGATEA LIBERTA
[C]ONCUBINA»
e ai lati della entrata:
«SEPULCR(um) HEREDES
NE SEQUATUR»
ovvero
“Publio Quinzio liberto di Tito, libraio
Quinzia liberta di Tito, moglie
Quinzia Agatea liberta di Publio, concubina
Il sepolcro non deve essere alienato dagli eredi”
Quindi gli eredi potevano utilizzarlo per la loro sepoltura ma non potevano venderne o donarne la proprietà.
Tre foto d’epoca dei due sepolcri a camera risalenti a quando vennero rinvenuti nel 1916.
- Sepolcro di C. Publicius Bibulus (via Flaminia, inizio I secolo a.C.)
La tomba di Caio Publicio Bibulo venne eretta ai piedi del colle Capitolino, a 100 metri dalla porta Fontinalis; è situata ai piedi del monumento al Milite Ignoto di piazza Venezia all’inizio di via dei Fori Imperiali e ne rimane ancora una parete visibile, la facciata principale del monumento, il cui lato esterno è rivolto verso sud ovest, cioè verso il Vittoriano.
La facciata rimasta è realizzata interamente in opera quadrata di travertino, con un ingresso e due nicchie ove forse erano delle statue ed era ornata con quattro lesene tuscaniche e superiormente con un fregio di bucrani, rosette e ghirlande, tutto in travertino; il travertino poteva forse essere di rivestimento ad un’opera quadrata in tufo; all’angolo della parete, a realizzare la parete laterale, si scorgono blocchi di tufo e di travertino; il sepolcro era posto su un altissimo basamento alto quasi 5 metri e largo 6,50 (stereobate) rimasto quasi interamente interrato in seguito al progressivo rialzamento del livello del suolo cittadino; alla sommità del basamento è ancora visibile l’iscrizione funebre:
«C. POBLICIO L. F. BIBULO AED. PL. HONORIS
VIRTUTISQUE CAUSSA SENATUS
CONSULTO POPULIQUE IUSSU LOCUS
MONUMENTO QUO IPSE POSTEREIQUE
EIUS INFERRENTUR PUBLICE DATUS EST»
“a Gaio Publicio Bibulo, figlio di Lucio, edile della plebe, in riconoscimento del suo valore e dei suoi meriti, per decisione del Senato e del popolo è stato concesso a spese pubbliche un terreno per il sepolcro, perché egli ed i suoi discendenti vi siano deposti”
Giovanbattista Piranesi: La Tomba di Bibulo - Tomo II Tav. IV, Tomo II Tav V (sinistra), Tomo II Tav. V (destra) - Sepolcro di via Filarete (via Casilina - I sec. a.C.)
Sulla via Casilina in un minuscolo rettangolo di terra a ridosso del giardino della scuola elementare Grazia Deledda giacciono protetti dalle grate alcuni blocchi squadrati in pietra gabina di una tomba a camera (che potrebbero però anche essere riferibili ad un recinto funerario).
Visibile sulla via Casilina appena dopo l’incrocio con via Filarete.
Sepolcro a camera sotterranea
Numerosi furono i sepolcri completamente sotterranei (ipogei) realizzati scavando delle camere all’interno del banco tufaceo o a volte sfruttando antiche cave cadute in disuso; vennero utilizzati tanto in epoca repubblicana quanto in epoca imperiale.
Potevano essere realizzati scavando le camere in un costone tufaceo lungo una via e realizzando un ingresso monumentale in opera quadrata di tufo, peperino o travertino, ornato con colonne, trabeazioni e statue e dal quale si accedeva alle camere attraverso un lungo corridoio (dromos); spesso l'ingresso era posto ad una certa altezza dal livello della via (esempio Scipioni e Semproni); in epoca repubblicana l'accesso ai sepolcri poteva restare semplicemente aperto e porlo ad una certa altezza impediva agli animali di utilizzarne i luoghi come ricovero; non dovevano esistere grossi pericoli di una violazione da parte dell'uomo in quanto in quei tempi antichi la sacralità dei luoghi di sepoltura era generalmente rispettata e comunque ancora le tombe non contenevano solitamente tesori tali da attrarre l'interesse dei vivi.
Se le camere erano realizzate in un’area pianeggiante vi si poteva accedere tramite una galleria di discesa in cui venivano realizzati dei gradini scolpiti nella roccia.
Gli ipogei risalenti al periodo imperiale potevano presentare pareti ricoperte in laterizio o in opus vittatum e potevano essere pagani o cristiani o misti.
Alcuni sepolcri a camera sotterranea (ipogei) di Roma:
- Ipogeo di Villa Glori (circa II secolo d.C.)
All’interno di villa Glori si trova una collinetta tufacea in cui stanno delle grotte di epoca preistorica riadattate a luoghi di sepoltura nel periodo imperiale; la prima stanza in cui si accede è stata completamente rimodellata dagli scalpellini in epoche successive; a terra si vedono degli scalini scavati nel tufo che conducono ad una camera sottostante completamente ripiena di terra e detriti; dalla prima camera attraverso un passaggio scavato nel tufo dai saccheggiatori si accede ad una seconda camera che presenta tre nicchie ed un arcosolio e sulla volta ancora si conservano stucchi salvatisi dalle devastazioni di epoca contemporanea; dovrebbero esistere altre camere tuttora inesplorate. - Sepolcro degli Scipioni (via Appia, utilizzato dal 280 a.C. a non oltre il 100 a.C.).
La tomba, interamente sotterranea, è situata all’interno dell’area del parco degli Scipioni con un ingresso diretto da via di Porta San Sebastiano 9 ed un altro da via Latina 10 (ingresso al parco degli Scipioni), realizzata per conto di Lucio Cornelio Scipione Barbato e concepita come una ampia camera quadrata scavata nel costone tufaceo della collina chiamata dai romani Clivo di Marte.
Alta Risoluzione
Il sito ove si trova il sepolcro degli Scipioni, scavato nel costone tufaceo di una collina, visto dall’ingresso all’area dal Parco degli Scipioni; si vede la casa medioevale costruitavi sopra e in basso dell’opera cementizia; a sinistra tettoie relative a differenti scavi.
- Sepolcro dei Semproni (Sepulcrum Semproniorum circa metà I secolo a.C., appena fuori della porta Sanqualis)
Venne scoperto nel 1863 completamente interrato ed i ruderi sono oggi rimasti nei sotterranei del Palazzo di San Felice, in via della Dataria 21, eretto sotto Pio IX nel 1864 da Filippo Martinucci ed oggi in uso alla residenza presidenziale del Quirinale; in effetti il monumento era già stato scoperto nel XVII secolo, in quanto l’iscrizione funeraria era nota (CIL VI.26152).
Proprietà di Gneo Sempronio, della madre e della sorella aveva la facciata principale realizzata in blocchi di travertino ornata da un fregio ed una cornice scolpita ed era orientata a guardare il clivus che conduceva alla porta delle mura Serviane; la camera venne scavata nella roccia tufacea del Quirinale e vi si accedeva tramite un dromos la cui soglia di ingresso era posta a due metri di altezza dal pavimento del clivo ed ornata da un arco. - Tomba dei cento scalini (al parco degli acquedotti sulla via Latina; III secolo d.C.)
- Ipogeo degli Ottavi (via Trionfale - III secolo d.C.)
Tomba sotterranea ad inumazione ubicata in via della Stazione di Ottavia 73 scoperta durante la realizzazione nel 1920 del quartiere che poi da tale ipogeo prese nome di borgata Ottavia.
Alla camera si accedeva da un lungo passaggio scavato nel tufo pavimentato in opus spicatum, che termina in un vestibolo da cui si entra nella stanza affrescata e pavimentata in tasselli bianchi con due bordature nere, in cui furono deposti 4 sarcofagi; fu la sepoltura di Octavius Felix, della figlioletta di 6 anni che venne per prima qui sepolta ed il cui sarcofago era nella nicchia centrale di fronte all’ingresso, e di altre due congiunte.
Situato in una proprietà privata è visitabile solo su prenotazione.
Ulteriori informazioni sul sito della Soprintendenza. - Ipogeo di Trebio Giusto (in prossimità della via Latina - IV secolo d.C.)
Situato in via Mantellini 13 venne scoperto casualmente nel 1911 sotto una privata abitazione, quando il proprietario ispezionò le fondamenta della casa a seguito del manifestarsi di alcune crepe.
Dedicato al giovane Trebio Giusto detto affettuosamente "asinello" (asellus) ed in epoca successiva utilizzato per ulteriori tumulazioni, rimane situato sotto l’officina di un meccanico andato in pensione e vi si accede tramite un cunicolo verticale; l’originario dromos di ingresso alla stanza a pianta quadrata è in gran parte crollato e non più esistente.
Su una parete è presente un grande arcosolio con l’iscrizione funebre per il ragazzo mentre sulle altre pareti e nel tratto di dromos ancora esistente vennero ricavati altri loculi; le mura intonacate della camera conservano affreschi con scene pagane di vita quotidiana mentre sulla volta a crociera è raffigurato il "buon pastore", un pastorello con due pecorelle ai fianchi; la compresenza di pitture pagane e dell’iconografia cristiana, cosa consueta nel IV secolo, è probabilmente da interpretare come un semplice atto formale, di accondiscendenza alle usanze di quel periodo in cui si stava compiendo il passaggio dal paganesimo al cristianesimo sotto l’impulso della fede ma anche di leggi imperiali sempre più restrittive nei confronti dei riti pagani che portarono molti ad aderire alla nuova religione più per la necessità di uniformarsi alle nuove regole che per convinzione.
Interessante un affresco relativo alla tecnica di costruzione romana, in cui sono raffigurate impalcature, scale, casseformi ed alcuni operai alle prese con malta e cazzuola e intenti ad eseguire un muro in opera laterizia.
La epigrafe principale sopra l’arcosolio recita:
«Trebius Iustus Honoratia Saeverina Filio Maerenti Fecerunt
Trebio Iusto Signo Asellus
Qui Vixit Annos XXI Mesis VIIII Diis XXV»
“Trebio Giusto ed Onorazia Severina, afflitti, realizzarono (il sepolcro) per il figlio
Trebio Giusto detto Asello,
che visse 21 anni, 9 mesi e 25 giorni”
Tempietto Laterizio
Le costruzioni in opera laterizia erano senz’altro meno costose di quelle in opera cementizia e rivestimenti nobili, e presero ad essere realizzate a partire dalla diffusione dei mattoni, avvenuta intorno al tempo di Tiberio nel I sec. d.C.; la realizzazione tipica era quella del "Tempietto" che ebbe la massima diffusione nel corso del II secolo ma esistevano altre tipologie quali il colombario, i grandi mausolei cristiani completamente in laterizi ed ulteriori tipologie.
Essendo realizzati in materiale scarsamente riutilizzabile subirono solo atti di vandalismo e non metodiche distruzioni (distruzioni attuate in realtà in gran parte non dai Vandali o da altre popolazioni barbare ma dai Romani stessi per riutizzarne il materiale da costruzione ed i marmi) per cui si sono conservati con un aspetto simile all’originario a differenza dei monumenti in pietra.
L’aspetto era più semplice dei precedenti monumenti funebri ed erano abbelliti da giochi ottici realizzati con le diverse disposizioni e diverse colorazioni dei mattoni; all’interno venivano invece usati in abbondanza marmi, travertini, stucchi e mosaici.
Il tempietto laterizio normalmente si componeva di una stanza sepolcrale, di un piano terra e di un primo piano; il piano seminterrato o completamente sotterraneo (ipogeo) dove venivano realizzati gli arcosoli (nicchie scavate nel cappellaccio o nelle mura atte a contenere i sarcofagi) o i loculi adatti per contenere le urne cinerarie, o entrambi; normalmente ospitavano un certo numero di defunti come tutti i componenti di una famiglia; l’ambiente era illuminato da finestrelle a feritoia o da un cortiletto interno, seminterrato a cielo aperto; nel piano superiore si svolgevano le cerimonie funebri.
L’ingresso agli edifici era spesso rivolto dal lato opposto a quello della strada su cui si affacciavano mentre dal lato della strada erano in genere visibili il Titulus, ovvero le epigrafi funerarie, ed eventualmente delle statue.
Alcuni tempietti in laterizi di Roma:
- Sepolcro di Elio Callisto situato lungo la via Nomentana nella omonima piazza, viene anche chiamato la "sedia del diavolo". Risale al II secolo d.C. del tipo a tempietto con due ambienti sovrapposti in laterizi bicromi.
Il piano lievemente seminterrato contiene 2 arcosoli su ogni muro e al di sopra diversi loculi per le ceneri; della volta della camera funeraria rimane molto poco.
Il piano superiore presenta altre nicchie inquadrate da edicole con colonnine e timpano ed una inconsueta volta a vela in buona parte crollata.
Alta Risoluzione
Il tempietto di Elio Callisto.
Prese il nome di "Sedia del Diavolo" in quanto la parete mancante (quella dal lato dell'ingresso e non visibile in foto) lo rende simile ad una sedia (con schienale e braccioli) e nei tempi andati alla sera i pastori che lo usavano come ricovero vi accendevano all'interno dei fuochi che visti in lontananza davano alla struttura un aspetto infernale - Parco Archeologico delle Tombe di via Latina - via dell’Arco di Travertino, 151
Come arrivare: Metro A fermata Arco di Travertino
L’ingresso al parco è libero; è possibile visitare a pagamento i sepolcri dei Valerii e dei Pancrazi - costo prenotazione 3,50 € - informazioni e prenotazioni 06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17)
Il minuscolo parco attraversato dalla via Latina conserva ancora l’aspetto della antica campagna romana.
Sepolcro dei Cornelii o Barberini Tempietto a due piani con camera semi interrata (II sec. d.C.)
Sepolcro dei Valerii Con camera sotterranea (II sec. d.C.)
Sepolcro dei Pancrazi Con camera sotterranea (intorno al 100 d.C.)
Sepolcro Baccelli tempietto in laterizi policromi di natura collettiva (fine II sec.d.C.). - Sepolcro di Annia Regilla tempietto in laterizi policromi (seconda metà del II secolo d.C.al parco della Caffarella). Uno dei più raffinati tempietti in laterizio che sono rimasti a Roma, in ottimo stato di conservazione.
- Torraccio della Cecchina (II sec. d.C. - sulla via Nomentana al chilometro 9,200)
Tempietto a due piani in laterizi gialli e rossi utilizzato nel medioevo come torretta di avvistamento. - Sepolcro di via Bisignano (seconda metà del II sec. d. C.)
Un tempietto in laterizi bicromi che presenta una camera semi ipogea con arcosoli; si trova su via Bisignano all'angolo con l'Appia Nuova, a quasi un chilometro dall'Appia Antica.
Il Colombario
Il Columbarium era una tipologia di tomba collettiva che talvolta arrivava a contenere migliaia di individui ed era pensato per accogliere le ceneri dei defunti; già presente in epoca tardo repubblicana nel II secolo a.C, ebbe la sua massima diffusione tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. e continuò ad essere molto utilizzato almeno per tutto il II secolo d.C.; successivamente, durante il Basso Impero, il Cristianesimo Cattolico divenne l’unica religione riconosciuta dalle leggi imperiali e di conseguenza si andarono diffondendo massicciamente le pratiche di tumulazione cristiane mentre l’incenerimento dei defunti cadde in disuso e con esso anche la tipologia funeraria del colombario.
Esistevano tre tipi di destinazione per i colombari:
• costruiti da un uomo o da una famiglia per il loro uso privato oppure realizzati per i loro servi e liberti e per la loro discendenza;
• costruiti da uno o più individui per speculazione, in cui i posti disponibili erano semplicemente venduti; la pratica di acquistare un posto tomba era piuttosto diffusa e si trovavano prezzi per tutte le tasche (da 200 sesterzi a 200.000 sesterzi - ai tempi di Augusto un sesterzio poteva forse valere tra uno e cinque euro);
• costruiti da una compagnia appositamente costituita per tale scopo e destinati all’uso personale dei proprietari e dei contributori che si dividevano i loculi disponibili; le divisioni potevano accendere discussioni, poichè ovviamente i loculi in basso erano quelli più ambiti, in quanto consentivano di officiare i riti con facilità senza utilizzare scale per raggiungere l’urna e se ne poteva con facilità leggere il Titulus.
I Colombari erano molto diffusi ed essendo non molto appariscenti si salvarono più facilmente dalle devastazioni che invece subirono altri monumenti, per cui ne sono rimasti ancora diversi in piedi.
Erano realizzati come una semplice stanza o a volte più camere comunicanti, in tufo e peperino ed opera reticolata in epoca repubblicana, in opera laterizia nel periodo degli imperatori; talvolta le stanze erano a livello del terreno ma più spesso erano seminterrate o completamente interrate (ipogei).
Le pareti della camera erano riempite di piccole nicchie, i Loculus, disposte su più file (sortes) dove venivano deposte una o più urne cinerarie, le ollae, realizzate normalmente in terracotta, ma a volte anche in marmo o altri materiali quali vetro e metallo; dinanzi a ciascuna nicchia veniva posto il Titulus, la epigrafe che riporta nomi, parentela e titoli del defunto.
Assomiglia quindi ad una colombaia e da questa prende il nome.
Alcuni Colombari di Roma:
- colombario di Pomponio Hylas, all’interno del Parco degli Scipioni, in via Latina 10
- colombario di largo Preneste sulla Prenestina a Largo Preneste
- colombario di via Pescara (tra via Taranto, via Enna e via Pescara)(risalente a circa la metà del I sec. d.C.).
- colombario di via del Campo Barbarico su quella che era la via Latina in prossimità di tor Fiscale.
- colombario dei liberti di Augusto (via Appia Antica)
- colombario dei servi e dei liberti di Livia Augusta
Scoperto intatto sulla via Appia nel 1726 venne completamente distrutto; conteneva circa 500 loculi. - colombari di Vigna Codini (via Appia Antica 13)
- colombario di via Olevano Romano (Prenestina)
- colombario Costantiniano al Parco della Caffarella
- colombario di Tiberio Claudio Vitale all’interno del parco di villa Wolkonsky; il sito è visitabile su prenotazione presso l’ambasciata britannica.
- colombario dei servi e dei liberti degli Statilii (via Casilina)
Durante i lavori di costruzione dell’Esquilino e della stazione Termini a fine ottocento venne rinvenuto e distrutto quel che restava dell’ampio sepolcreto della Gens Statilia (Sepulcrum Statiliorum) all’incirca posizionato alla sinistra di via di Porta Maggiore andando verso porta Maggiore (strada che all’incirca corrisponde al tracciato dell’antica via Casilina-Labicana), a circa duecento metri o poco meno dalla porta stessa, rimanendo compreso tra via Giovanni Giolitti (via che alla fine del XIX secolo si chiamava Viale Principessa Margherita e che prese poi il nome di Viale Principe di Piemonte) e via di Porta Maggiore.
La famiglia è nota soprattutto per T. Statilius Taurus, console nel 44 d.C., proprietario degli splendidi Horti Tauriani e alle cui vicissitudini (morì suicida) è collegata la basilica sotterranea di Porta Maggiore.
All’interno del sepolcreto il rinvenimento più rilevante fu quello dell’ampio Colombario dei servi e dei liberti della famiglia Statilia contenente oltre 500 loculi; prima di distruggere il sito tre camere vennero scavate nel 1875-1877 e si trovarono 428 iscrizioni risalenti al periodo tra Augusto e Claudio (CIL VI.6213-6640); adiacentemente vennero rinvenute altre camere sepolcrali e 108 iscrizioni (CIL VI.33083-33190). - colombari di villa Doria Pamphilj (via Aurelia)
All’interno della villa si trovano il piccolo colombario del II secolo d.C. in opera laterizia ed il grande colombario in opera quadrata di tufo e peperino di cui si conservano alcune pitture al Museo Nazionale Romano, rinvenuti da scavi eseguiti dalla famiglia Pamphilj nel 1820 - 1830.
Nel 1984 a breve distanza è stato rinvenuto il colombario di C. Scribonius Menophilus, ipogeo a più stanze con circa 500 Loculi costruito nella seconda metà del I secolo a.C. ed in uso per oltre due secoli.
I colombari si trovano all’interno del giardino del casino Algardi o del Belrespiro, in uso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri come sede di rappresentanza e sono visitabili tramite richiesta alla soprintendenza. - Colombario di via Salaria (Salaria Vetus - II sec. d.C.)
Si vedono i resti delle sue pareti in laterizi nella pineta di villa Borghese in corrispondenza di via Pinciana.
La Cappuccina
La Cappuccina era una semplice modalità di sepoltura in fossa senza cremazione o con una parziale cremazione in loco e venne utilizzata assai intensivamente in epoca romana e per tutto il medioevo; il defunto veniva adagiato in una fossa scavata nel cappellaccio tufaceo in posizione supina con le braccia distese lungo il corpo o raccolte sul petto direttamente sulla terra o su delle tegole poste in piano e dopo la eventuale cremazione veniva ricoperto con tegole (le classiche tegole romane piane) e coppi.
Talvolta le tegole venivano semplicemente poste a chiusura della fossa in piano a livello della strada con i coppi disposti lateralmente, poggiati tra tegola e terreno; più spesso le tegole venivano disposte a doppio spiovente all’interno della fossa (come una tenda); venivano poggiate sul lato corto mantenedo i bordi laterali rialzati accostati tra loro; sui bordi venivano quindi appoggiati i coppi e altri coppi venivano disposti a coprire lo spigolo superiore delle tegole e altre due tegole potevano a volte venire disposte a completa chiusura delle due estremità della copertura dal lato della testa e dal lato dei piedi; altre volte i coppi mancavano del tutto e si utilizzavano le sole tegole a doppio spiovente.
Sistemata la protezione del corpo veniva tutto ricoperto dalla terra che andava a riempire la fossa e nella stessa terra potevano essere inseriti oggetti del corredo funerario; al livello del terreno si poteva quindi disporre una stele ed anche un tubulo in terracotta per l’offerta delle libagioni.
Ubicazione di alcune tombe alla Cappuccina
- In via Fabrizio Luscino al Tuscolano nel corso di lavori per la posa di cavi per telecomunicazioni da parte di Albacom è stata scoperto il basolato di una strada romana con a fianco alcune tombe alla Cappuccina con tegole disposte in piano; il diverticolo risalente al II sec. d.C. collegava la via Latina all’altezza della villa delle Vignacce alla Casilina; al momento della scoperta uno dei defunti aveva una moneta (un sesterzio) in bocca.
La strada antica si trova a poco più di un metro sotto l’attuale livello stradale con una larghezza di circa due metri e sul marciapiedi della via moderna è stata predisposta a cura della Circoscrizione X e della società Albacom una copertura trasparente che lascia visibile un tratto dell’antico selciato romano e alcune tegole disposte sui lati a coprire una o forse due tombe ... o forse nessuna perchè magari le fosse stanno qualche metro più in là, sotto la strada :)
Sepoltura in fossa e in pozzetto
La cappuccina era una sepoltura estremamente semplice ma esistevano numerose altre tipologie di tombe povere che potevano essere ancora più economiche; in generale si utilizzavano tombe a fossa per le inumazioni e tombe a pozzetto per le incinerazioni e a segnare il luogo di sepoltura in superficie poteva essere posta una stele o un cippo o una piccola ara.
Tanto per le incinerazioni quanto per le inumazioni poteva anche essere predisposto un "tubulo" in terracotta che fuoriusciva dal terreno con la funzione di collegare l’interno della fossa o del pozzo con l’esterno ed utilizzato durante i giorni dedicati al culto dei morti per la rituale offerta di latte o vino ai defunti (refrigerium); il tubulo poteva essere protetto da una sorta di filtro o di piccolo coperchio.
Sepolture a incinerazione
L’incinerazione poteva essere diretta se avveniva direttamente nella fossa o indiretta se avveniva nell’ustrina e successivamente le ceneri venivano disposte all’interno di un pozzetto direttamente nella nuda terra o in anfora o in cista calcarea o in cassetta laterizia o in urna o anche in cassetta di legno (alle volte si sono trovati dei pozzetti contententi unicamente dei chiodi); la forma forse più tipica è in anfora con una stele infissa nel terreno ed inserito nell’anfora un tubo in terracotta che raggiungeva la superficie utilizzato per le offerte rituali.
Sepolture ad inumazione
L’inumazione poteva avvenire in nuda terra o in cassa di tavole di legno tenute assieme da chiodi o in cassa in lastre di pietra o in cassa laterizia o in cassa di tegole (dove a differenza della cappuccina le tegole realizzavano una forma parallelepipeda) o in cappuccina.
Durante il Basso Impero (nel IV e V secolo d.C.) spesso veniva utilizzato materiale lapideo e anche laterizio di reimpiego asportato da altre tombe risalenti all’Alto Impero che potevano trovarsi nelle vicinanze.
I Puticuli - il campo Esquilino
I puticuli consistevano di semplici profonde buche scavate nel terreno appena fuori delle mura ed utilizzate in epoca repubblicana come una sorta di discariche; vi venivano gettati rifiuti di ogni genere, vasellame inutilizzabile, carcasse di animali ed anche i corpi degli schiavi, dei poveri e dei criminali giustiziati; il termine Puticulus prende origine dalla putrefazione dei corpi che lì avveniva; erano quindi dei cimiteri pubblici, delle fosse comuni ove venivano gettati i corpi di schiavi, mendicanti e prigionieri.
La zona che si estendeva fuori dalle mura di Servio Tullio sulla sinistra della antica Casilina per almeno 300 metri (da porta Esquilina verso nord fino a piazza Manfredo Fanti) e per almeno 90 metri fuori della porta (fino a piazza Vittorio) era ricoperta di puticuli; ad esempio ne vennero rinvenuti 15, profondi 4 o 5 metri e scavati nel cappellaccio nel ristretto quadrilatero compreso tra Piazza Vittorio, via Napoleone III, via Rattazzi e via Carlo Alberto e molti altri se ne trovarono durante la costruzione del quartiere umbertino avvenuta verso la fine del 1800; Lanciani testimonia di aver esaminato 75 di questi pozzi; rinvenimenti si sono anche avuti in epoca recente in via Giolitti in occasione di lavori di ristrutturazione relativi alla stazione Termini.
Lanciani descrive un’ulteriore scoperta avvenuta nel 1876; durante la gettata delle fondamenta di un palazzo all’angolo tra via Carlo Alberto e via Mazzini (ora via Cattaneo) una parte del terreno improvvisamente venne a mancare e si creò un baratro profondo molti metri; si scoprì che le fondamenta in parte poggiavano sul solido agger tufaceo della cinta Serviana ed in parte sul terreno in cui si trovava il fossato dell’agger e che risultò cedevole; andando a scavare per verificare le cause del cedimento si trovò una grande fossa di 50 metri per 30 metri e profonda 9 metri in cui Lanciani stimò si trovassero 24.000 corpi; questo ritrovamento si può collegare a quanto narra Livio a proposito di un periodo dell’epoca repubblicana di prodigiosa mortalità in cui si arrivò a depositare i cadaveri nel fossato dell’agger fino a riempirlo completamente.
Nel corso di secoli di tali pratiche la zona in cui erano i pozzi rimase ammorbata ed infrequentabile; durante il I secolo a.C., decreto dopo decreto, l’area venne preclusa alle sepolture ed una serie di cippi in travertino contenenti le regole sanitarie vennero apposti dai pretori ai limiti dell’area che si estendeva per poche centinaia di metri fuori della porta Esquilina e che doveva essere mantenuta libera da corpi; uno ritrovato dal Lanciani nel 1884 recita:
“C. Sentius, figlio di Caius, Pretore, per ordine del Senato ha fissato questa linea di pietre terminali, a segnare l’estensione della terra che deve essere mantenuta assolutamente libera da sporcizia e da carcasse e corpi. Qui anche la incinerazione dei corpi è strettamente proibita.”
e ai piedi della scritta ufficiale qualcuno che evidentemente abitava nelle vicinanze aggiunse a grossi caratteri:
“Porta la sporcizia un poco più lontano; altrimenti sarai multato”
Il Campo Esquilino era una vasta area sepolcrale che si estendeva a partire dalla porta Esquilina alla sinistra della Casilina fino ad arrivare oltre Piazza Vittorio verso Porta Maggiore e verso la stazione Termini; aveva questo utilizzo già prima della nascita di Roma, e in epoca repubblicana includeva oltre alla zona dei puticuli altre aree caratterizzate da sepolture estremamente povere e colombari e sempre in questo luogo avvenivano delle esecuzioni pubbliche tramite decapitazione.
Cesare Ottaviano Augusto, come suggerito dal suo amico e consigliere Mecenate (Gaius Cilnius Maecenas), decise di bonificare l’intera area di circa 75 ettari facendola ricoprire, tra il 42 a.C. ed il 38 a.C., con uno strato di otto metri di terra e promulgò il divieto assoluto di depositarvi cadaveri; il luogo venne quindi dato in concessione a Mecenate stesso che qui realizzò una parte dei suoi magnifici giardini (Horti Maecenatiani) e la sua domus.
L’intento di Mecenate di trasformazione urbanistica dell’Esquilino si completò successivamente con l’arrivo di altri nobili romani che edificarono in questi luoghi horti e ville tra le più lussuose di Roma.
Del campo narra il poeta Orazio (Quintus Horatius Flaccus 65 a.C. - 8 a.C.) nella Satira I VIII sugli esorcismi praticati da Sàgana e Canidia nel campo Esquilino, scritta intorno al 40 a.C..
Il poeta racconta di un inutile tronco di albero di fico che era nel campo Esquilino (il legno di questa pianta è particolarmente fragile e quindi di scarsa utilità) che un giorno venne trasformato da un falegname in Priapo, dio a protezione dei giardini che erano appena sorti là dove prima era il campo; egli non temeva tanto i ladri e gli animali, che poteva facilmente mettere in fuga, quanto le streghe, che si recavano nel campo durante le notti di luna piena per raccogliere erbe velenose e ossa e che non trovava modo di allontanare; una notte vennero le orribili Sàgana e Canidia (due donne romane realmente esistenti ai tempi di Orazio) che presero ad evocare le ombre dei morti; talmente mostruose erano tali scene che la luna si nascondeva dietro le grandi tombe per non vedere; il tronco reso dio, non potendo resistere oltre a tali atrocità, riuscì infine a farle precipitosamente fuggire, in modo inaspettato e ... fragoroso.
Riguardo all’Esquilino nella Satira scrive:
...
huc prius angustis eiecta cadavera cellis conservus vili portanda locabat in arca;
hoc miserae plebi stabat commune sepulcrum;
...
nunc licet Esquiliis habitare salubribus atque aggere in aprico spatiari,
quo modo tristes albis informem spectabant ossibus agrum,
...
...
Qui un tempo gli schiavi facevan portare, in misere casse, i cadaveri de’ loro compagni gettati fuori dalle anguste celle;
Qui stavano i mendicanti in sepolcri comuni;
...
Ora è possibile abitare sull’Esquilino reso salubre, e si può passeggiare lungo le mura soleggiate,
ove prima al viandante si presentava un triste campo di bianche ossa insepolte,
...
Orazio Satira I VIII
traduzione italiana di Luca Antonio Pagnini (1814)
traduzione italiana di Mario Ramous (1976)
testo in latino
In questi luoghi, sulla antica via Labicana, Mecenate fece costruire la propria tomba, corrispondente forse al mausoleo della Casa Tonda all’interno dei giardini di piazza Vittorio, dove, nei pressi dell’angolo orientale, erano dei ruderi di cui sono rimaste (nel sottosuolo) le sole fondamenta, indagate durante la costruzione della metro A.
Da Svetonio (Suetonius - Vita Horati) sappiamo che Orazio fece realizzare la propria tomba vicino a quella di Mecenate, nella parte più lontana del colle Esquilino (cioè verso l’attuale porta Maggiore).
Con Augusto divenne generalizzato l’uso della cremazione ed il costo per un’urna cineraria all’interno di un colombario scese a prezzi accessibili anche ai più poveri.
Platner & Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome [ Oxford University Press, London, 1929 ]
I puticuli (in inglese)
Rodolfo Lanciani - Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries [ published by Houghton, Mifflin and Company Boston and New York, 1898 ]
cimiteri pubblici, il cimitero dell’Esquilino, i puticuli (in inglese)
Le sepolture cristiane
In questa pagina ho considerato quasi esclusivamente tombe pagane; tuttavia durante tutta l’epoca imperiale il Cristianesimo prese lentamente a diffondersi e nel corso del IV secolo, a partire da Costantino, divenne gradualmente la religione di Stato.
I Cristiani adottarono numerose tipologie funerarie pagane, quali le camere ipogee e i sarcofagi, ma la più nota e diffusa tipologia funeraria Cristiana, peculiare di questa religione, consisteva in sepolcri ipogei ad inumazione di natura collettiva, le Catacombe.
Geolocalizzazione dei monumenti citati nella pagina - mappa
Zone sepolcrali ancora esistenti a Roma
Nei tempi antichi lungo le principali strade fuori delle mura ed in ampie aree nei terreni prospicienti si presentava una distesa di monumenti funerari di ogni tipo; sono rimaste pochissime aree che possano rendere una vaga idea di come era; i principali luoghi ove si conserva una parvenza dell’aspetto originario sono il Parco dell’Appia Antica, che si sviluppa per chilometri sui bordi della Regina Viarum e che conserva ancora moltissime tombe, sebbene siano quasi tutte ruderi o con pochi resti marmorei ed estremamente diradate rispetto a quante erano originariamente, ed il Parco delle Tombe di via Latina, che conserva alcuni tempietti laterizi o la sola camera ipogea ed altri pochi ruderi.
Nel secondo frontespizio del Tomo 2 delle Antichità Romane il Piranesi disegnò una composizione visionaria e fantastica che raffigura uno scorcio della via Appia nei pressi di Roma; nella incisione su una lapide è scritto:
“Prospetto dell'antico bivio delle vie Appia e Ardeatina alla II lapide fuori di porta Capena”
Necropoli della via Cornelia e della via Trionfale
All’interno della Città del Vaticano si sono conservati notevolissimi sepolcreti grazie alla situazione di particolare controllo dell’area che ha impedito gli sciacallaggi e grazie alla lungimiranza delle autorità ecclesiastiche che una volta avvenute le scoperte hanno conservato in situ molti reperti e valorizzato tali aree:
• L’area della necropoli sotterranea di San Pietro
sotto al pavimento della basilica si trova quello della basilica costantiniana del IV secolo e tra i due pavimenti sono le Grotte Vaticane in cui stanno i sarcofagi dei Papi; sotto la basilica costantiniana si trova l’antica via Cornelia con la tomba di Pietro, consistente in una semplice tomba a fossa (perlomeno quella che si ritiene essere la tomba di Pietro); il luogo della sepoltura venne poi monumentalizzato da Costantino prima di interrarlo costruendovi sopra la prima Basilica detta appunto Costantiniana; la tomba dell’Apostolo si trova sotto l’altare centrale ed esattamente sotto al vertice della cupola; in tempi moderni (intorno al 1940) tutta la lunghezza della antica basilica costantiniana (molto più corta della attuale basilica rinascimentale) venne scavata al livello della antica via Cornelia ed emersero dagli scavi alcuni sarcofagi e tempietti pagani in laterizio; la visita virtuale dà un’idea di quale sia l’aspetto del sito... rimanendo comodamente seduti. Visite.
• Necropoli del Vaticano
All’interno del minuscolo Stato sono venute alla luce quattro differenti aree sepolcrali pagane e cristiane:
- settore dell’Annona
- settore della Galea
rinvenuto negli anni 30 del XX secolo; nel 1993 i lavori per il parcheggio all’aperto della fontana della Galea per complessivi 1100mq portarono nel 1994 alla prosecuzione degli scavi della Galea - settore autoparco
nell’autoparco e parcheggio all’interno della Città del Vaticano si trovano oltre 400 tombe quasi tutte pagane, ricchissime di corredi mosaici stucchi; scoperte nel 1956, il Vaticano decise la conservazione sul posto di tutto ciò che veniva ritrovato. - settore Santa Rosa - necropoli della via Triumphalis
nel 2003 scavi nel piazzale di Santa Rosa per la realizzazione di un parcheggio portarono al rinvenimento di un nuovo settore su un’area di 500 metri quadrati con 40 edifici e 200 tombe risalenti ad un ampio periodo (dal I secolo a.C. al IV secolo d.C.) rimaste ora nei sotterranei del parcheggio; nel sito si trovano colombari, sarcofagi e numerose tombe povere quali tombe a fossa per l’inumazione e tombe a pozzo per la deposizione delle ceneri contenute in anfore, alcune delle quali segnalate da are e stele iscritte.
L’area si è salvata nei secoli grazie ad una frana del monte Vaticano che la sepolse già in epoca romana; nel 2006, a soli tre anni dai ritrovamenti, l’area archeologica è stata aperta al pubblico.
I reperti sono stati mantenuti nel luogo di rinvenimento, salvo quelli più preziosi trasferiti in bacheche, evitando così la decontestualizzazione dell’epigrafe dall’anfora cui è riferita e dal luogo in cui questa stessa venne deposta.
Alcune delle tombe ritrovate sono:- la tomba a camera dei Passieni , con due are risalenti a Nerone ed all’età flavia
- il sarcofago di Publius Caesilius Victorinus risalente alla fine del III secolo d.C. e dedicata ad un cavaliere di 17 anni probabilmente cristiano; il sarcofago risalente a poco prima dell’Editto di Milano era posto sopra la pavimentazione a mosaico della camera di una tomba pagana
- una bellissima stele ad edicola con inserita una testa di un bimbo (vedi foto) e riportante l’iscrizione:
«hic situs est
Tib(erius) Natronius Venustus
vixit ann(os) IIII menses IIII dies X»
“In questo luogo è
Tiberio Natronio Venusto.
visse 4 anni 4 mesi e 10 giorni.” - il sepolcro di Cocceia Marciano, honesta foemina
- il sepolcro di Flora figlia di Tiberius Claudius Optatus
- la stele di Alcimus servo di Nerone addetto alle scene del Teatro di Pompeo
- la semplice stele di Fabia Xenice la cui iscrizione riporta:
«D(iis) M(anibus)
Fabiae Xenices
Fabius Onesimus
libertae idemq(ue)
coniugi
ob piitate filior
vix(it) A.XXIV M.III D.VI»
“Agli Dei Mani.
(Realizzato da) Fabio Onesimo a Fabia Xenice liberta e al tempo stesso coniuge per la devozione dei figli.
Visse 24 anni 3 mesi e 6 giorni.”






