Siti Archeologici e di interesse storico al Prenestino - Labicano - Roma


Il Quartiere Prenestino-Labicano (Quartiere VII di Roma) rientra nel Municipio 6, che amministra le zone urbanistiche
6a Torpignattara, 6b Casilino, 6c Quadraro, 6d Gordiani.

In tutto il suburbio (la fascia di territorio estesa fino a dieci chilometri al di fuori delle mura antiche di Roma) sono numerosissimi i resti dell’antichità romana, in particolare ville romane ed una moltitudine di tombe, mausolei e necropoli disseminate lungo le consolari; In tutta la zona si trovano anche numerosi cunicoli lasciati dalle cave di pozzolana di epoca repubblicana e del primo periodo Imperiale; ad esempio durante i lavori per la realizzazione della stazione Pigneto della Metro C è stata rinvenuta una antica cava di pozzolana.
Approssimativamente il territorio del quartiere Prenestino Labicano insiste su un cuneo avente per vertice Porta Maggiore e per lati le due consolari Prenestina e Casilina.
A partire dal II secolo a.C. nel periodo della Repubblica ed in seguito nel primo periodo Imperiale molti senatori di Roma e poi diversi membri della famiglia imperiale predilessero i terreni fuori porta Maggiore e limitrofi alle due consolari come luogo di villeggiatura, questo anche grazie alla presenza degli acquedotti; sorsero così in questa zona numerose bellissime ville residenziali e numerosi orti con ninfei (il più famoso quello di Pallante sulla Labicana).
Lungo le vie Casilina e Prenestina, così come lungo tutte le consolari, prima fra tutte l’Appia Antica, si trovano numerosissimi resti di necropoli, catacombe, sepolcri, colombari, basiliche sepolcrali e persino Mausolei; infatti durante l’epoca dell’antica Roma era proibito seppellire i morti all’interno delle mura della città; normalmente i personaggi più influenti e potenti realizzavano la loro ultima dimora lungo le strade consolari nei pressi dell’Urbe in modo che potesse essere ammirata da tutti i viaggiatori; era un modo per stigmatizzare il potere ed il prestigio del proprietario, tanto più se si considera che solitamente il monumento funebre veniva realizzato molto prima della morte del committente.


Porta Maggiore

La zona di Porta Maggiore era anticamente chiamata "ad Spem Veterem" (della speranza antica), dal nome di un vicino antico santuario eretto dal console Orazio nel 477 a.C. dopo la vittoria sugli etruschi nella zona tra Porta Maggiore e la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme ed è un luogo piuttosto importante dell’antica Roma in quanto qui convergono otto degli undici antichi acquedotti romani, che nel loro percorso interessano in parte anche il prenestino-labicano; sempre da porta Maggiore escono le due strade consolari Prenestina e Casilina.
Sulla sinistra della porta, sempre esternamente alla città, incastonata nelle mura, si vede ciò che resta della Porta Onoriana.
Gli acquedotti vengono descritti nella sezione dedicata agli acquedotti.
Il lato esterno della Porta ricade nel Quartiere Prenestino Labicano (Q.VII); il lato interno nel Rione Esquilino (R.XV)


Il Sepolcro di Eurisace

Immediatamente di fronte alla porta Maggiore ed esternamente ad essa, su piazzale Labicano, è visibile la nota struttura funeraria conosciuta come Sepolcro di Eurisace o Tomba del Fornaio.

Risale alla seconda metà del I sec. a.C. e si trova su uno sperone di tufo a pochi metri fuori di porta Maggiore, stretto tra la Casilina e la Prenestina.
Il sepolcro venne costruito in quella posizione quando ancora non erano state realizzate le mura Aureliane e la stessa Porta Maggiore non esisteva; le consolari partivano dalle mura Serviane e in località ad spem veterem erano presenti le due vie (o forse la sola Casilina in quanto il primo tracciato della Gabina-Prenestina passava per San Lorenzo); sopra il livello del suolo era il solo acquedotto Marcio con il condotto dell’acqua Tepula e si vedeva l’Anio Vecchio che si avvicinava al luogo ove sarebbero sorti gli archi monumentali di porta Maggiore su strutture murarie continue a livello del terreno (substrutiones); la Julia venne costruita nel medesimo periodo della tomba e ancora non esistevano né le mura Aureliane né l’acquedotto Claudio.

Il committente, Eurisace, era un ricco fornaio appaltatore, come scritto nella epigrafe riportata sui tre lati rimasti del monumento;

«est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris redemptoris apparet»


“Questo monumento sepolcrale è di Marco Virgilio Eurisace fornaio appaltatore: è evidente”

Su uno dei tre lati si legge “Marci Vergili” e non la forma arcaica “Marcei Vergilei”.
Il significato del verbo apparet nell’iscrizione è ritenuto incerto e spesso tradotto col sostantivo apparitore, che significa al servizio di un magistrato, sostantivo che però in latino è apparitor, apparitoris; considerata la stravaganza della tomba (un monumento dedicato al mestiere del fornaio con le ceneri della moglie riposte in un contenitore per il pane) il termine si potrebbe forse riferire ad una sorta di scherzo e in tal senso può ben essere tradotto con è evidente, ben visibile, (che Eurisace fosse un fornaio, considerati ad esempio i fregi della tomba).
Il sepolcro, destinato a Eurisace ed alla moglie, venne interamente rivestito in travertino e nelle forme scolpite sulla pietra si dovrebbero riconoscere gli strumenti di lavoro tipici del committente: dei contenitori cilindrici forse usati come misure per la farina, forse utilizzati per realizzare l’impasto per il pane; nella parte inferiore si vedono raffigurati i contenitori, in quella superiore gli stessi contenitori poggiati orizzontalmente; la parte superiore del monumento è ornata di fregi raffiguranti le diverse fasi connesse alla produzione, distribuzione, trasporto e vendita del pane fino al suo consumo; probabilmente il monumento era sormontato da una copertura piramidale.

Dal lato rivolto verso l’esterno della città, dove era la facciata principale, era riportata l’epigrafe della moglie Atistia e la stele raffigurante gli sposi, oggi conservata ai musei Capitolini.

L’urna contenente le ceneri della moglie, a forma di madia del pane, è conservata al Museo delle Terme di Diocleziano; l’epigrafe dell’urna riporta: [Corpus inscriptionum latinarum, 1.2, 1206]

Fuit Atistia Uxor Mihei
Femina Opituma Veixsit
Quoius Corporis Reliqui[a]e
Quod Superant Sun[t] In
Hoc Panario


Atistia è stata mia moglie.
Fu una donna meravigliosa,
le reliquie del cui corpo,
che sopravvissero al rogo,
sono in questo panario.


il sepolcro di Eurisace

Il sepolcro di Eurisace

i fregi del sepolcro di Eurisace

I fregi del sopolcro di Eurisace

i fregi del sepolcro di Eurisace

I fregi del sopolcro di Eurisace

i fregi del sepolcro di Eurisace

I fregi del sopolcro di Eurisace - lato verso la Porta Maggiore


In occasione della realizzazione delle strutture difensive volute da Onorio nel 402 d.C. la torre costruita tra le due consolari inglobò il sepolcro alla sua base; la costruzione di tale fortificazione portò all’abbattimento della facciata del sepolcro che guarda fuori città (l’area occupata dalla tomba corrispondeva a quella che si vede occupata dal basamento) ma ha salvato il resto del rivestimento del monumento dalle devastazioni medioevali e rinascimentali; la tomba rimase comunque parzialmente visibile dall’interno della torre.
Nel 1838 Papa Gregorio XVI fece ripristinare l’antico assetto di porta Maggiore rimuovendo le fortificazioni onoriane, e venne così riportato alla luce il monumento funebre.

panoramica di porta Maggiore a RomaLocalizza il posto

Foto panoramica di Porta Maggiore vista dall’esterno (P.zzale Labicano)
La piazza risulta deserta in quanto era il 15 di Agosto.


Casilina

Era anticamente chiamata nel suo tratto iniziale Labicana, in quanto raggiungeva Labicum, ai castelli Romani, appena fuori Roma, che fu conquistata e distrutta dai romani con Quinto Servilio Prisco nel 414 A.C.; in seguito giungendo fino a Casilinum, l’attuale Capua in Campania, prese il nome di Casilina.

Nel periodo tra il 1995 ed il 2000 è stata eseguita, grazie ai fondi per Roma Capitale, una campagna archeologica in zona Centocelle - Tor Pignattara e Torre Spaccata, lungo la fascia di territorio della antica Labicana fino al VI miglio e degli acquedotti lì a fianco, tesa a favorire la progettazione urbanistica dello SDO (Sistema Direzionale Orientale) in modo compatibile con la presenza dei siti archeologici, onde preservarli ed integrarli nel tessuto urbano rendendoli fruibili da cittadini e turisti.
L’indagine ha interessato quattro aree coinvolte dallo SDO: Pietralata, Tiburtino, Casilino, Centocelle.
Il primo di tre volumi (quello relativo a un’analisi generale del progetto, delle metodologie, le ricerche idrogeologiche svolte nel Pianoro di Centocelle, un’analisi dei dati storiografici disponibili relativi alla fase Repubblicana e una puntuale descrizione delle indagini svolte a Centocelle e zone limitrofe) è disponibile online in visualizzazione parziale; è una descrizione assai dettagliata della frastagliata situazione archeologica della Casilina in zona Pigneto, Marranella, Tor Pignattara e Centocelle e dei vicini acquedotti.
Centocelle: Roma S.D.O. le indagini archeologiche

Catacomba di San Castulo

Venne costruita lungo il tracciato della antica via Casilina, tra il primo ed il secondo miglio (all’altezza della chiesa di Sant’Elena, appena dopo il Ponte Casilino; si ricordi che in corrispondenza di tale ponte la Casilina antica proseguiva diritta, mantenendosi dall’altro lato dell’odierna ferrovia rispetto alla Casilina Nuova).
Nel 305 d.C. (epoca di Diocleziano) Castulo, un domestico (cubicolario) nel palazzo Imperiale del Palatino, venne sepolto vivo in una cava lungo la Labicana per aver dato riparo ad alcuni Cristiani.
Nel luogo ove fu poi sepolto si sviluppò una catacomba su due livelli che sfruttò i numerosi cunicoli di antiche cave di pozzolana che erano oramai abbandonate; le gallerie si trovano 12 metri sotto la superficie e furono scoperte e documentate dal Fabretti nel 1672.
La catacomba, in seguito dimenticata, riapparve solo nel 1864 durante la realizzazione della linea ferroviaria Roma-Napoli e numerose gallerie furono distrutte (le linee ferroviarie in questa zona scorrono in una gola scavata al di sotto del piano di campagna); tali ritrovamenti rimasero documentati dal De Rossi; successivamente si trovarono altre gallerie a ridosso dell’acquedotto Claudio-Felice ed intorno al 1890 nel corso delle opere di realizzazione della linea Portonaccio-smistamento si intercettarono altre due gallerie; ancora nel 1914 furono individuate gallerie riferibili alla stessa catacomba durante la realizzazione della chiesa di S. Elena; nel 1943 alcune bombe misero in luce altre gallerie; praticamente quindi ogni rinvenimento di parte di queste sfortunate catacombe, eccettuato il primo ad opera di Fabretti, fu un evento distruttivo per le parti rinvenute.
I reperti estratti dalla catacomba furono trasferiti a Santa Prassede; oggi le gallerie sopravvissute sono completamente dimenticate e probabilmente ve ne sono di ancora inesplorate; a ridosso dei binari della linea ferroviaria, dove questa viene scavalcata dalla Casilina Vecchia, nei pressi del Mandrione, nascosti dai cespugli si trovano alcuni cunicoli facenti parte del complesso cimiteriale che risultano recintati ed inaccessibili.

Villa Certosa (La Favorita)

Risalente alla prima metà del XVIII secolo, è situata a ridosso della Casilina sulla destra (uscendo da Roma), tra la stessa strada e via del Mandrione, in posizione sopraelevata rispetto alla consolare e con accesso al civico 222 della stessa via; l’acquedotto Felice dista circa duecento metri.
Fu ricostruita sopra un’antica villa cinquecentesca chiamata La favorita e successivamente abitata dai frati Certosini prendendo il nome di villa Certosa.
C’era un’ampia vigna annessa alla villa, parte nell’area dove è stata scavata la trincea per il transito della ferrovia Roma-Napoli, parte dove ora sono le case costruite prima della guerra (per esempio il comprensorio dell’Istituto Autonomo Case Popolari denominato Casilino I); la vigna e la villa dai Certosini passarono agli Ojetti a fine '800 e successivamente fu proprietà dei Plowden; oggi è un convento delle suore di Madre Teresa.
Nella vigna il Fabretti testimonia la presenza di una sostruzione (struttura muraria continua, fondamenta) relativa all’acquedotto Alessandrino.

villa CertosaAlta Risoluzione

Villa Certosa

Villa de Sanctis - Tor Pignattara - Parco Labicano - Mausoleo di Sant’Elena

Sulla Casilina, circa un chilometro dopo piazza della Marranella procedendo verso fuori città e all’interno del quartiere Tor Pignattara, si trova una vasta area anticamente denominata "Ad duas lauros" (ai due Lauri), che comprende il Parco di Villa de Sanctis, (sulla sinistra della Casilina), anche noto come Parco Labicano e, sul lato destro della Casilina, nell’area dell’ex areoporto di Centocelle conosciuta anche come il pianoro di Centocelle, il Parco di Centocelle.
Nell’area dei Ad Duas Lauros si trovano i resti della necropoli Equites Singulares, le guardie imperiali a cavallo volute da Massenzio che qui erano accampate; a seguito della disfatta di Massenzio contro Costantino, il campo fu smantellato e il cimitero distrutto, ma è rimasta parti della necropoli.
Avvenne così che, a partire dalla metà del III secolo, questi stessi luoghi vennero prescelti per la sepoltura dei cristiani cominciando dalla catacomba dei due martiri Santi Marcellino e Pietro e proseguendo con la basilica ed il Mausoleo; i cunicoli della catacomba arrivano al limite dei resti della necropoli delle guardie imperiali; la basilica è completamente interrata.


Mausoleo di Sant’Elena - Tor Pignattara
Il mausoleo di Sant’ElenaLocalizza il posto

Il Mausoleo di Torpignattara e sulla sinistra l’ingresso alle catacombe dei santi Marcellino e e Pietro

Il mausoleo di Sant’Elena Localizza il posto

La chiesa dei Ss Marcellino e Pietro e sulla sinistra l’ingresso al sito "Ad Duas Lauros" al 639 - 641 di via Casilina (Catacombe e Mausoleo)

Adiacente al parco di Villa de Sanctis si trova il Mausoleo di Sant’Elena, risalente al 325 d.C., costruito per accogliere le spoglie mortali di Elena, madre di Costantino.
Questo monumento è più noto come Torre delle pignatte, da cui deriva il nome Tor Pignattara dato a questo quartiere; la struttura del tamburo superiore dell’edificio venne realizzata in calcestruzzo nel quale furono incorporate delle grosse anfore (pignatte) allo scopo di alleggerire la costruzione secondo una tecnica molto usata dai romani; a seguito del quasi totale crollo della volta in tempi remoti alcune di queste pignatte si sono spaccate a metà rimanendo così perfettamente visibili e da queste deriva ovviamente il nome, di origine popolare, attribuito al Mausoleo.
L’interno del Mausoleo è costituito da una grande sala con otto nicchie; in una di queste fu rinvenuto il sarcofago di porfido rosso contenente le spoglie di Sant’Elena ed oggi conservato ai Musei Vaticani, nella Sala a Croce Greca del Museo Pio Clementino.Qui alcune fotografie del bel sarcofago.

Catacomba Cristiana dei Santi Marcellino e Pietro

Il Mausoleo venne costruito addossato ad una Basilica sempre risalente al periodo costantiniano e i cui resti sono oggi interrati; è lunga poco più di 60 metri, orientata verso est e con pianta a caratteristica forma di circo.
Nel sottosuolo si trovano le catacombe Cristiane note come catacombe dei Santi Marcellino e Pietro; queste si sviluppano su tre livelli (sono al terzo posto per estensione a Roma) e furono realizzate dai Cristiani durante un lungo periodo a partire dalla metà del III secolo fino a tutto il VI secolo.
Queste catacombe sono tra le meglio conservate di Roma e all’interno vi si trovano diversi affreschi ma sono scarsamente conosciute; rimangono normalmente chiuse al pubblico e vengono aperte solo la prima settimana di Giugno.

Villa De Sanctis - Parco Labicano
All’interno del Parco si trovano due cascine e un manufatto romano sormontato da un caratteristico gazebo probabilmente dei primi del ’900.
In un angolo del parco è stato realizzato un giardino dove grossi blocchi di travertino resti di ville romane sono stati predisposti a mo’ di originali panchine.
Villa de Sanctis
Parco de SanctisLocalizza il posto

manufatto romano (probabilmente una tomba) con sopra un gazebo in ferro risalente (probabilmente) ai primi del novecento; il sito si trova a ridosso della Casilina, tra la via e una delle due cascine che sono nel parco, rialzato di quattro o cinque metri ripetto al piano stradale; la particolare struttura in ferro rimane perfettamente visibile dalla strada.

Parco de Sanctis

La zona dei Due Lauri è attraversata dall’acquedotto Alessandrino, mentre gli altri acquedotti (Marcio e Claudio) restano a circa un chilometro di distanza in direzione del Tuscolano, dove stà il parco degli acquedotti.

Parco Archeologico di Centocelle

In questa zona vennero edificate diverse ville romane; i resti della villa di Elena madre di Costantino "ad Duas Lauros" (localizzata probabilmente nei pressi del campo nomadi Casilino 900 che rimane dietro gli sfascia carrozze lungo la Palmiro Togliatti) e di una seconda villa detta "Villa della Piscina" (probabilmente verso via di Centocelle) si trovano all’interno del nuovo Parco di Centocelle; i ruderi delle due ville vennero parzialmente distrutti negli anni venti durante la costruzione dell’ex aeroporto di centocelle “F. Baracca” (il primo aeroporto militare italiano), che smise di essere operativo alcuni anni dopo la guerra; attualmente sono mantenuti nell’area alcuni edifici con funzioni amministrative ed è in costruzione un nuovo imponente edificio esattamente al centro dell’area.
Recentemente sono stati compiuti ulteriori scavi ed ora le due ville rientrano nel parco archeologico di Centocelle istituito da poco; l’area di proprietà del Demanio dello Stato venne ceduta al Comune di Roma in previsione della costruzione di un grosso lotto di abitazioni nell’ambito del progetto del Sistema Direzionale Orientale, ma è stata in seguito sottoposta a vincolo storico archeologico dal Ministero dei Beni Culturali, e quindi il Comune ha deciso di realizzarvi un parco archeologico.


Prenestina

Anticamente chiamata Gabina in quanto giungeva a Gabii (appena oltre il Grande Raccordo Anulare), in seguito collegò Roma a Praeneste, l’odierna Palestrina, assumendo quindi il nome di Prenestina.

Basilica Neopitagorica

Su Piazzale Labicano, tra via dello Scalo San Lorenzo e via Prenestina, al nº 3 di quest’ultima, in una sporgenza del muro annerito dallo smog del terrapieno che sostiene la ferrovia che passa cinque o sei metri più in alto del piano stradale della piazza, si trova una porta di ferro sempre chiusa da molti anni; è questo l’ingresso di un importante sito archeologico assai poco conosciuto e totalmente ignorato dai percorsi turistici: la Basilica Neopitagorica sotterranea o Basilica sotterranea di Porta Maggiore, scoperta casualmente in seguito al cedimento del terreno che sostiene una delle linee per Napoli della sovrastante ferrovia fra il ponte della via dello Scalo di S. Lorenzo ed il ponte sulla Prenestina.
In seguito al cedimento del terreno le Ferrovie eseguirono uno scavo per accertarne la causa e venne rinvenuto a 3 metri di profondità sotto il livello dei binari un pozzetto circolare di 90 centimetri di diametro costruito sopra la volta di una galleria, nel punto d’angolo della stessa; il 13 Aprile del 1917 venne segnalata alla Sovraintendenza dall’Ispettore delle ferrovie ing. Francesco Salvini, che diresse poi i lavori di sterro, la presenza di una cavità sotterranea.

Pianta della Basilica Sotterranea di Porta Maggiore

planimetria della basilica

Allo scopo di rimuovere la terra che era all’interno del monumento sotterraneo, la cui sala principale risultava interrata per circa un terzo dell’altezza, lateralmente ai binari dal lato della Prenestina venne aperto un pozzo che arriva al livello del pavimento del sito ad una profondità di 13,34 metri sotto il livello dei binari.

Dal corridoio si accede ad un vestibolo che al momento della scoperta risultava completamento pieno di terra penetrata dall’ampio lucernario rettangolare praticato nella volta; detto lucernario era delimitato superiormente da un muro di 60 centimetri di spessore in opus reticulatum di buona fattura che assumeva la funzione di parapetto a recingere il buco nel terreno lasciato dall’apertura per la luce; l’esplorazione verso la superficie venne interrotta vista la presenza della ferrovia e detto lucernario venne murato con voltine in mattoni al fine di evitare ulteriori cedimenti del terrapieno che sostiene le sovrastanti linee ferroviarie; il pozzo che provocò il cedimento infatti si trova in corrispondenza del terzo o quarto binario partendo dalla piazza (linea Roma-Napoli) e quindi la basilica si trova all’incirca in corrispondenza del primo e del secondo binario, relativi alla linea Roma-Pisa.
Il vestibolo a pianta quasi quadrata misura 3,62 X 3,50 metri; il pavimento è inclinato verso il centro dove è presente un pozzetto di 0,88 X 0,53 metri di lato e profondo 2,55 metri in fondo al quale su uno dei lati è scavato un ulteriore cunicolo che prosegue con notevole pendenza per quasi 9 metri e termina in una sorta di vasca; il tutto è scavato nel cappellaccio ed aveva lo scopo di drenare le acque piovane che potevano penetrare dal lucernario.
Il pavimento è realizzato in tasselli bianchi ornato da una doppia fascia di tasselli neri lungo tutto il perimetro ed anche il pozzetto è circondato dalla doppia fascia nera con delle palmette raffigurate ai quattro angoli.
Le pareti sono decorate con bassorilievi di stucchi figurativi con uno zoccolo ed una fascia all’altezza della imposta della volta di colore rosso; sulla volta sono dei riquadri in cui si alternano bassorilievi in stucco e affreschi.
Il vestibolo presenta due aperture arcuate: quella a nord di 140 centimetri di larghezza comunica con la galleria di ingresso mentre quella ad est di 149 centimetri consente di accedere al vano principale.

La sala principale a tre navate misura 12 X 9 metri; la navata centrale larga 3 metri termina in un abside semicircolare; ognuna delle due navate laterali di 2 metri di larghezza è separata dalla navata centrale da tre grossi pilastri di 0,95 per 1,25 metri di lato utilizzati come piedritti per 4 archi a sesto ribassato.
Dal lato della navata centrale i pilastri presentavano una riquadratura in stucco in cui dovevano essere apposte delle lastre mantenute da grappe metalliche rimosse in epoca remota; immediatamente sotto ad ogni riquadratura si trovano sul pavimento a ridosso delle colonne i resti di muretti di 35 centimetri di spessore che dovevano servire come base di sostegno di alcuni oggetti; sui pilastri dal lato opposto erano dei bassorilievi rappresentanti ritratti di figure maschili e femminili, di cui al momento della scoperta se ne conservavano tre.
Il pavimento è a tasselli bianchi con una doppia fascia nera a ridosso del perimetro e a circondare i pilastri, con ulteriori riquadrature di doppie fasce nere nello spazio tra i pilastri ed una all’interno della navata centrale.
Sul fondo della navata centrale si trova l’abside semicircolare con raggio di 155 centimetri; nel mezzo era disposta una cathedra, di cui si scorgono i resti del collegamento al muro; il pavimento nella zona semicircolare presenta uno scavo che si estende fin sotto le fondazioni delle mura dell’abside e che realizza un loculo dentro cui sono stati rinvenuti gli scheletri di un cane e di un maiale, forse un sacrificio eseguito durante la consacrazione dell’edificio.
La basilica era illuminata da un vano scavato sopra l’ingresso nel muro di separazione tra Basilica e Vestibolo e che consentiva alla luce del lucernario situato nel pronao di entrare nella sala; sotto gli archi tra i pilastri erano posizionate tramite delle fasce di metallo di cui restano tracce sui piedritti delle lampade che illuminavano anche le navate laterali.

Il corridoio di accesso è in piano nel breve tratto terminale dopo l’angolo ed è a rampa con una inclinazione del 15% nel tratto lungo costruito a fianco ad una delle pareti della basilica; venne esplorato per una lunghezza di 25 metri aprendo un cunicolo nella terra che lo riempiva e si constatò che la volta e le mura di sostegno erano franate; a 20,50 metri dal primo pozzo venne individuato un secondo pozzo verticale; tali pozzetti erano utilizzati per l’aerazione e probabilmente per dare luce al corridoio.

La volta si trova al di sotto del piano stradale della antica via Praenestina ed il luogo era quindi sin dalle origini sotterraneo.
La basilica è orientata da Ovest verso Est e risulta costruita in modo particolare in quanto vennero dapprima scavate nel banco di tufo le profonde trincee dove venne inserita una colata di calcestruzzo in schegge di selce per la realizzazione delle resistentissime mura portanti e dei pilastri; le cèntine per gli archi dei pilastri vennero poggiate direttamente sul terreno; successivamente venne costruita la volta e infine venne portata fuori attraverso il lucernario la terra rimasta all’interno; in conseguenza della particolare modalità costruttiva i pilastri visti in pianta risultano lievemente sbilenchi e le mura non perfettamente lineari.


Quale fosse la funzione dell’edificio rimane incerto, ma dagli affreschi e dai bellissimi stucchi rappresentanti scene mitologiche e di vita quotidiana dal significato mistico-esoterico si capisce che il tempio (o meglio la basilica vista la sua forma architettonica) è riferibile ad un qualche culto misterico in cui venivano praticati riti magici. Questo appare evidente dai resti sacrificali trovati nel loculo sotto l’abside che ne facevano un luogo sacro e da altri resti di ossa di maiale rinvenuti nel pozzetto dell’atrio, lì gettati probabilmente dopo i riti di iniziazione dei membri del gruppo.
L’esame degli affreschi e dei rilievi in stucco e le tecniche costruttive (utilizzo di opera cementizia con caementa interamente in schegge di selce senza presenza alcuna di marmo, il ritrovamento di opera reticolata di ottima fattura, l’assenza di opera laterizia) fanno datare il manufatto al periodo di Augusto o comunque entro i primi decenni del I secolo d.C. e rappresenta quindi una importante prova della conoscenza della tipologia costruttiva basilicale a tre navate già in quel periodo; tale stile verrà poi adottato alcuni secoli dopo nella realizzazione delle Basiliche Cristiane; esiste un esempio dalla cultura ellenica di una simile struttura che risale al 250 a.C.: il Telesterion di Samotrace.
Il monumento sotterraneo, molto curato nella struttura e ricchissimo di decorazioni, dovette essere molto costoso e sicuramente i proprietari del terreno ove venne realizzato erano fra gli iniziati se non i capi della setta; è stato osservato dal Prof. Fornari che questo sorge a circa duecento metri dal luogo ove era il sepolcreto dei servi e dei liberti della casa degli Statilii sulla sinistra delle antiche Prenestina - Casilina tra Porta Maggiore e piazza Vittorio; quell’area alla sinistra della via era quindi con certezza proprietà di tale famiglia dai tempi di Augusto fino a Nerone e quindi è possibile che il luogo ove si trova la Basilica appartenesse alla Gens Statilia; alcuni indizi a favore di tale tesi sono che nel sepolcreto venne rinvenuta un’urna in marmo greco di buona fattura (trasferita al Museo delle Terme) con raffigurazioni relative ai Misteri di Eleusi e che un servo della famiglia aveva l’inconsueto nome Mystes (iniziato ai misteri) ma la prova più solida è data dal fatto che alla Gente Statilia appartenne quel Tito Statilio Tauro che fu console nel 44 d.C. e del quale Tacito (Annales XII, 59) scrive che a causa delle macchinazioni di Agrippina minore, moglie dell’Imperatore Claudio e madre di Nerone, la quale voleva entrare in possesso degli Horti Tauriani, venne accusato di praticare magiche superstizioni e si tolse la vita nel 55 d.C., prima della sentenza del senato; questo ci consente quindi di fissare l’anno in cui fu presumibilmente chiusa la Basilica.
Le decorazioni, il più vasto insieme di bassorilievi in stucco di epoca romana sopravvissuto sino ai nostri giorni, sono ecletticamente ispirate in parte alla mitologia greca quali Giasone e Medea dinanzi al vello d’oro, il ratto di Elena, figure di tritoni, di vittorie alate, vasi e candelabri che si alternano a rappresentazioni di riti mistici ed in parte a mètope romane del V e del IV secolo a.C.; tali figure furono modellate da molti differenti artisti.

Il culto era probabilmente riferito al primo tra i misteri, quello della morte e della vita dopo la morte ed all’aspirazione per l’anima ad un luogo elevato e puro che rappresentasse una degna prosecuzione della vita terrena piena di comodità ed immense ricchezze a cui i nobili romani erano abituati; sentimenti in qualche modo religiosi ma comunque non direttamente riferibili al culto Cristiano.
Si noti che Tacito definisce i riti di cui Statilio Tauro era accusato come magicae superstitiones (supestizioni magiche) e lo stesso utilizza il termine exitiabilis superstitio (esiziale superstizione) anche riferendosi ai riti Cristiani (Annales XV, 44) e (Annales XIII, 27); anche Svetonio (Vita Neronis XVI, 2) scrive del culto Cristiano come di una superstizione nuova e malefica.

Il luogo era quindi probabilmente un tempio neopitagorico utilizzato dalla omonima setta e in cui rientravano membri della Gens Statilia; fu saccheggiato, abbandonato e dimenticato pochi anni dopo la sua costruzione come se le autorità imperiali avessero deciso di proibire il culto che vi si celebrava; infatti non si sono rinvenute tracce di restauri segno che fu utilizzato per un breve periodo e presenta segni di azioni di vandalismo quali la rimozione delle targhe dalle colonne, la distruzione dell’altare absidale e dei colonnini posti a ridosso delle colonne sotto le targhe; venne probabilmente chiuso facendo franare la volta del corridoio di ingresso e riempiendo di terra attraverso il lucernario il vestibolo e rimase così inesplorato fino al 1917.

Nei primi anni 50 venne costruita una soletta di cemento armato ad avvolgere il sito con un’ulteriore copertura in piombo sopra il cemento onde tentare di preservare la basilica dalle continue vibrazioni provocate dalla sovrastante ferrovia; i lavori vennero gestiti da Salvatore Aurigemma (1885 †1964); all’interno della copertura in cemento è stato realizzato un piccolo museo dedicato alla basilica.
I lavori di protezione ridussero le vibrazioni ma non eliminarono le infiltrazioni d’acqua che stanno rapidamente deteriorando gli stucchi e gli affreschi.
Nei primi mesi del 2008 la zona è stata transennata e sono fortunatamente inziati i lavori di consolidamento della massicciata e di impermeabilizzazione della Basilica.
Per visitarla si deve richiedere l’autorizzazione presso gli uffici della Sovrintendenza di via Cernaia, ma a causa dei lavori probabilmente risulterà più chiusa che mai.

Torrione Prenestino o torraccio della via Prenestina

Si tratta di un Mausoleo Sepolcrale della tipologia a tumulo, risalente all’età di Augusto e situato a ridosso della via Prenestina, sul lato sinistro di questa, là dove lo svincolo della tangenziale sopraelevata si unisce alla consolare, a circa 1500 metri da porta Maggiore (all’incirca appena passata la metà del II miglio) e rimane quindi situato all’interno dei confini del Pigneto, nel Quartiere VII.
Il Torrione consiste di un ampio muro circolare di oltre 10 metri di altezza in opera cementizia con scaglie di selce originariamente interamente ricoperto all’esterno di bianchi travertini riutilizzati altrove in epoca medioevale o rinascimentale; all’interno, in posizione centrale, era la cella funeraria atta ad accogliere le ceneri dei defunti; con i suoi 42 metri di diametro è la tomba romana a tumulo senza podio più grande esistente nei dintorni di Roma, superata in grandezza solo dai due fuori quota (con podio): Mausoleo di Augusto e Mole Adriana e forse dal mausoleo del Monte del Grano (senza podio).
Approfondimento: Le Tombe a Tumulo

La tomba risale alla fine del I secolo a.C.; possiamo datare con una certa attendibilità il monumento grazie al rinvenimento di una moneta del 15 a.C. (senza fonte); è stato identificato da alcuni studiosi come il sepolcro di Marcus Aurelius Syntomus o di Titus Quintius Atta (*) ma l'attribuzione è molto dubbia e solitamente si ritiene sconosciuto il committente del sepolcro; l’ingresso alla cella funeraria era posto sul lato opposto rispetto alla Prenestina; dall’ingresso si accedeva alla camera tramite un corridoio con copertura a volta in parte ancora esistente.
La camera sepolcrale è a pianta cruciforme con tre nicchie rettangolari; le mura del dromos e della cella sono in opera quadrata di tufo entrambi coperti da volte a botte. (*)
Osservando la cella esistente dalla prenestina (l'unica visuale consentita) si nota un arco in opera quadrata che aveva evidentemente la funzione di passaggio tra due ambienti e tuttavia questa cella era sommersa dalla terra; inoltre dalla vista satellitare si nota che la cella non è posta esattamente al centro del tamburo; piuttosto è l'arco visibile dalla prenestina al centro della struttura circolare; inoltre si trovano grossi agglomerati di cementizio sparsi dinanzi alla cella; tutto ciò mi porta a pensare che potesse esistere una seconda cella funeraria, ora sparita, di dimensioni analoghe a quella ancora esistente.
tutto lo spazio incluso nelle mura esterne era riempito di terra a formare un terrapieno che andava a crescere verso il centro del monumento creando una sorta di cono e ricoprendo la cella ed il dromos (tumulo terragno).
Sopra la cella mortuaria poteva essere collocata una colonna, che spuntava dalla cima conica del terrapieno, e sopra questa la statua del morto orientata verso la Prenestina o forse sul tumulo erano semplicemente piantati dei cipressi.

Ingresso Torrione PrenestinoAlta Risoluzione

Originario ingresso esterno al mausoleo del torrione sebbene la cornice in travertino è quella medioevale della famiglia Ruffini; si nota che doveva essere rialzato di almeno un metro rispetto al piano di campagna; bella la maschera in bassorilievo sul concio di chiave; se abbattessero quella orrenda chiusura in mattoni e blocchetti di tufo sostituendola con una grata in ferro l’effetto sarebbe forse esteticamente più gradevole e didatticamente più interessante potendosi vedere ciò che resta del dromos di ingresso.

A fine XV secolo viene registrato tra le proprietà della nobile famiglia Ruffini o Rufini, che adibì la struttura a cantina costruendovi a fianco una torre su due piani e una bassa fabbrica provvista di una recinzione in lastre di marmo bianco (*), manufatti oggi non più esistenti; il fatto che nel rinascimento la cella fosse usata come cantina, luogo caratterizzato da una temperatura con scarse escursioni giornaliere e annuali e con un alto valore di umidità relativa, dimostra che a quei tempi era ancora esistente il tumulo di terra che ricopriva le celle funerarie e che la struttura delle celle e del dromos era ancora praticabile e presumibilmente integra.

Pare che il luogo fu utilizzato nel 1741 dai padri domenicali irlandesi per un sontuoso banchetto in onore del Principe di Galles Charles Edward Stuart (*) noto come Bonnie Prince Charlie o il giovane pretendente, allora ancora ventunenne.

Esiste una scritta risalente al 1716 (dove non è chiaro, presumibilmente all’interno della cella):
"Bastille je m’appelle
fe, Dominique Brulon
ma poste sur ce tourion
pour faire santinelle
"
si penserebbe che Bastille fosse un cane e Dominique Brulon il frate guardiano. (*)




Torrione Prenestino - RomaLocalizza il posto

Torrione Prenestino dal lato lungo la prenestina; dietro la cella si intravede il dromos di accesso (2008).

Torrione Prenestino

Torrione Prenestino e Prenestina

Torrione Prenstino - dettaglio

Dettaglio della cella interna al torrione, in precarie condizioni di stabilità (2008) .

Nuove crepe nella cella interna al Torrione Prenestino - anno 2011

Dettaglio della cella interna al torrione, in precarie condizioni di stabilità. Foto presa nel 2011; sono evidenziate 2 ampie crepe che nella foto nel 2008 non esistevano; si nota inoltre il masso di travertino che si Ŕ spaccato. Io non sono un tecnico, ma mi pare evidente che la struttura Ŕ in procinto di collassare.
Ma qualcuno dell'Assessorato alle Politiche per la Promozione del Territorio che si Ŕ occupato del restauro del giardinetto per TRE anni ed ha realizzato quegli interessanti tabelloni illustrativi .... o qualcuno del Municipio 6 di Roma... per favore potreste fare qualcosa per evitare che crolli ????? GRAZIE!

Accanto al muro esterno del mausoleo, all’interno del giardino del torraccio (sulla sinistra guardando l’ingresso) si conserva un pozzo realizzato nel 1808 (*) (altrove ho letto medioevale) in semplici lastroni di travertino, ancora integro e ora ricoperto da una palla di edera.

Pozzo medioevale all'interno del giardinetto del Torrione PrenestinoAlta Risoluzione

Il pozzo medioevale addossato al muro esterno del torrione. Senz'altro il pozzo ha fattezze rozze, costituito da semplici lastroni di travertino; la bocca è chiusa da una grata in ferro antica; nonstante non sia un'opera d'arte eccelsa questo è l'unico manufatto degno di nota presente all'interno del giardino. Ed è comunque un manufatto antico. Ora io non posso comprendere il motivo di nasconderlo completamente con una palla d'edera, che oltretutto risulta essere anche posticcia e poco gradevole. Dico... ma mettetela da un'altra parte! perché lì??? Una scelta veramente orrida! I miei complimentoni al genio che ha partorito questa oscenità.


Nel 1911 divenne proprietà dello stato italiano e l’area fu lottizzata a fini edificatori. (*)

Tutte le strutture rinascimentali e medioevali sono andate perdute in conseguenza dei bombardamenti nella seconda guerra mondiale; una bomba distrusse una parte del corridoio di accesso. (*)

Come si evince dalle foto, il torrione è rimasto schiacciato dall’incombenza della Prenestina e della sopraelevata (la tangenziale Est); nella realizzazione degli ingrandimenti della Prenestina il monumento perse perfino una parte del muro circolare esterno tagliato via dalla strada stessa, probabilmente in occasione della costruzione della tangenziale tra 1956 e 1964.
Il mausoleo fu svuotato del terrapieno subito dopo la seconda guerra mondiale (*).

Dall’estate del 2008 alla primavera del 2011 sono state eseguite opere di riqualificazione del giardinetto esterno al Torrione con la realizzazione di alcune strutture giochi per i bimbi e la predisposizione di panchine lungo un percorso pedonale che attraversa il prato; sono inoltre stati realizzati nuovi accessi al parco. I lavori hanno però totalmente dimenticato il monumento romano. Non è neanche vero, come ho letto altrove, che è stato restaurato il muro esterno del mausoleo; il muro esterno era infatti in perfette condizioni anche prima.

È possibile visitare l’interno del mausoleo chiedendo al guardiano di villa Gordiani (stando a quanto inciso su una bella lastra in marmo apposta all’ingresso, ormai di valore storico); la struttura è stata dichiarata pericolante e non accessibile, quindi la visita si limiterebbe allo spazio tra muro esterno e cella; le opere di riqualificazione hanno riguardato la realizzazione del giardino esterno ma sul monumento non vengono eseguiti lavori di restauro da molti decenni, come testimoniato dai tubi innocenti arrugginiti che fungono da spallette di sostegno e che non sono ormai più in grado di sorreggere la volta della cella; dal momento che la struttura è in procinto di collassare ed hanno appena terminato il lavoro di riqualificazione del torrione, o meglio del parco del torrione, durato 3 anni, mi viene il sospetto che la scelta strategica sia quella di farlo franare investendo i pochi soldi a disposizione in altri progetti; evidentemente pensano che di ruderi romani a Roma ce ne sono già a sufficienza; ma costerebbe cosi tanto consolidarlo? Come è possibile che decidano di spendere molti soldi per realizzare il giardinetto ma non un centesimo per restaurare il rudere romano??


Il Columbarium di Largo Preneste

Appena dopo il III miglio della consolare, dentro il territorio del Pigneto, nei giardinetti al centro di Largo Preneste e sommersa dal traffico caotico della piazza, si trova una bella tomba romana in mattoni rossi a pianta rettangolare, risalente al II secolo d.C. e restaurata negli anni 80; l’apertura laterale immediatamente sotto il tetto fu realizzata in epoca moderna per dare aria all’ambiente probabilmente riutilizzato come fienile.
Approfondimento: I Colombari

il colombario di Largo PrenesteLocalizza il posto

il colombario di largo Preneste

Accanto alla tomba, interrati nel giardinetto, si trovano i resti di altri tre sepolcri; attualmente il centro della piazza è suddiviso in due parti recintate: in una, ora chiusa, si trova il colombario, una pista da pattinaggio e la fontanella (il nasone) chiusa in quanto lo scarico si era ostruito; nell’altra è stato predisposto un piccolo parco giochi per i bimbi, tenuto in custodia da alcuni cittadini che lo puliscono e si occupano di aprire e chiudere i cancelli ogni giorno (Comitato area verde largo Preneste).
Proseguendo lungo la Prenestina verso fuori Roma, all’angolo con Largo Tele vi sono i resti di un’altro sepolcro.
Poco più in là, all’incrocio con viale Irpinia, una necropoli riaffiorata durante i lavori di scavo per la costruzione di un parcheggio.

Parco di Villa Gordiani - Tor dé Schiavi

Procedendo ancora verso Centocelle, al IV miglio della Prenestina (1200 metri dopo via dell’Acqua Bullicante e Largo Preneste), si trova il parco archeologico detto "della villa dei tre Imperatori Gordiani".
Già in epoca tardo repubblicana esisteva in questo sito una villa suburbana (organizzata con un lato residenziale ed un lato simile ad una piccola azienda agricola); la struttura fu grandemente ristrutturata e ampliata con grande lusso dall’imperatore Gordiano III, intorno al 240 d.C.; doveva essere una villa davvero grandiosa, con tre basiliche ognuna lunga 100 piedi, magnifiche terme paragonabili a quelle di Roma stessa, un portico con 200 colonne di 4 differenti marmi pregiati (50 di Cipollino, 50 di Portasanta o di Karystos, 50 di Pavonazzetto o Frigio, 50 di Giallo Antico o Numidico) ed enormi saloni; alla successiva epoca Costantiniana risalgono il mausoleo, la basilica circense e la piccola catacomba che si sviluppa su due livelli.
Furono eseguiti degli scavi nella seconda metà degli anni ’50, quando venne realizzato il quartiere attuale, ma la gran parte dei resti monumentali, non esattamente datati a causa dell’eseguità delle ricerche archeologiche svolte, sono ancora interrati o sono stati nuovamente interrati onde salvaguardarli in attesa di eventuali fondi per ulteriori scavi; il complesso si trova oggi all’interno di un bel parco pubblico (Parco di Villa Gordiani) realizzato sin dal 1954 e i ruderi romani danno ai giardini ben curati una piacevole atmosfera da parco archeologico.

 Parco di villa Gordiani - RomaLocalizza il posto

Uno scorcio del parco di villa Gordiani


Il Mausoleo dei Gordiani

Il rudere di maggiore suggestione è il Mausoleo dei Gordiani anche noto come la Tor dé Schiavi, a pianta circolare in opera laterizia con un portico a colonnato con gradinata oggi scomparso; il Mausoleo sepolcrale doveva assomigliare in piccolo al Pantheon.
È realizzato su due piani:
il piano seminterrato, utilizzato come camera mortuaria, presenta una sorta di largo corridoio circolare con volta a botte che corre lungo tutto il perimetro del monumento; al centro la volta poggia sopra un robusto pilastro centrale; lungo la parete sono le nicchie dove venivano posti i sarcofagi; l’ambiente prende aria da feritoie verticali poste appena sopra il livello del terreno; sotto il portico e la gradinata oggi crollati si trovavano altri ambienti; gli enormi massi di calcestruzzo romano che si trovano dinanzi al monumento potrebbero essere i resti della base del portico o forse appartenevano ad altre strutture della villa successivamente spostati lì.
Il piano superiore è rialzato e coperto da una volta a cupola e presenta anch’esso delle nicchie lungo la parete circolare; si contano 7 nicchie con soffitto a cupola, di cui le ultime due dislocate verso l’apertura del monumento sono rimaste interessate dal crollo della facciata; in particolare sul lato destro del monumento si osserva la sezione della cupola di una di queste; le pareti erano tutte adornate di affreschi quasi completamente scomparsi; per l’illuminazione naturale esistevano quattro occhi circolari alla base della cupola; il luogo era utilizzato in occasione delle cerimonie.
il Mausoleo risale al periodo Dioclezianeo (IV secolo d.C.) come documentato dai bolli imperiali impressi sui mattoni della costruzione; a questo periodo del resto risalgono tutti i complessi monumentali del genere a Roma: il mausoleo di Sant’Elena sulla Casilina, quello di Santa Costanza sulla Nomentana e quello di Massenzio sull’Appia Antica.
L’intera area appartenne probabilmente all’imperatore Costantino, che possedeva gran parte dei terreni fuori Porta Maggiore; i nuovi edifici di culto Cristiani (Basiliche e Mausolei) venivano edificati in luoghi privati aperti al pubblico, quali i terreni dell’Imperatore, per non suscitare le ire degli adepti della ancora predominante fede pagana.
A ridosso del lato est del Mausoleo si notano i resti del colonnato di una basilica paleocristiana Costantiniana risalente allo stesso periodo del Mausoleo; la basilica venne scavata e definita nella sua forma nel 1959 - 1960: si presenta a pianta circense a tre navate con la navata centrale molto più ampia, lunga oltre 60 metri e orientata grosso modo verso est ed era utilizzata anch’essa per le sepolture; scavi eseguiti nel 1984 hanno portato alla luce resti di sepolture all’interno ed all’esterno del colonnato risalenti ad epoca medioevale.
Nel sottosuolo nel 1953 è stata trovata una piccola catacomba su due livelli, non è chiaro se di natura Cristiana o pagana, il cui accesso rimane visibile da via Rovigno d’Istria; la via infatti costeggia il parco e taglia la collina rimanendo più in basso del parco di almeno 6 metri; in corrispondenza della basilica nel costone di cappellaccio che fiancheggia la strada si scorgono a mezza altezza due grotte che sono parte di questa catacomba; le sbarre del muro di confine della villa ed altre inferriate lateralmente proteggono il sito dai curiosi ed una porta di ferro che si apre nel muro consente l’accesso al sito.
Normalmente accadeva che là dove veniva sepolto un martire Cristiano, si sviluppava in seguito una necropoli ed una Basilica; il potente devoto del martire si faceva quindi costruire il suo Mausoleo funebre accanto alla Basilica, così come per esempio accadde per il vicino Mausoleo di Sant’Elena; ora non è chiaro quale sia stato il martire qui seppellito, chi sia stato sepolto nel Mausoleo ne' tanto meno il carattere Cristiano della catacomba; ci sono varie ipotesi: si ipotizza che il Mausoleo fosse per Costantino stesso, che però morì lontano nei pressi di quella che sarebbe stata Costantinopoli oppure che fosse destinato a qualche membro della famiglia imperiale Costantiniana o anche che sia stata soltanto una bizzarria di qualche nobile romano che volle ricostruire la stessa situazione del vicino mausoleo di Sant’Elena.

Il sito del mausoleo è visibile attraverso una rete di recinzione; è possibile visitarlo internamente su richiesta:
Via Prenestina / Viale Venezia Giulia - Tel. 06 67103819 o forse Tel. 06 2593249

Tor dé Schiavi - Mausoleo dei Gordiani - RomaLocalizza il posto

Tor de' Schiavi - Mausoleo dei Gordiani

Tor dé Schiavi - Mausoleo dei Gordiani e Basilica Paleocristiana - Roma

Mausoleo dei Gordiani e basilica paleocristiana

Tor dé Schiavi
Aula Ottagonale

Un altro rudere di notevole impatto visivo è la cosiddetta "Aula Ottagonale", della quale restano 3 lati e poco più; all’interno della sala esistevano dei nicchioni ricavati nelle mura dell’edificio, alternativamente a pianta quadrata e tonda, alcuni aperti per mettere in comunicazione la sala con gli altri ambienti, altri chiusi e in cui erano disposte delle statue. Da ottagonale superiormente il perimetro delle mura diveniva circolare per consentire l’innesto di una cupola a tutto sesto: l’ambiente prendeva luce ed aria da otto occhi circolari posti sopra le nicchie.
Molti dei romani che abitano in zona pensano che Tor de Schiavi sia semplicemente il nome di una via; altri pensano sia il nome attribuito all’aula ottagonale dal momento che era una torre medioevale, altri ancora fanno riferimento al mausoleo come la Tor de Schiavi; Lanciani definisce Tor dé Schiavi il Mausoleo rotondo, il ché non appare poi strano pensando alla vicina Tor Pignattara.
Il termine Tor dé Schiavi discende comunque dal nome dei proprietari del tardo XVI secolo (nel 1571 Vincenzo Rossi dello Schiavo acquistò questi terreni).

Non è chiaro quale fosse l’utilizzo della originaria struttura; forse una sala termale o forse un nifeo, ma sono solo ipotesi.
In epoca medioevale la costruzione venne riutilizzata come base per una torre di avvistamento; si nota il diverso materiale usato nella parte superiore del rudere e le nicchie scavate nel muro usate come base per sorreggere il primo piano della torre; a quell’epoca risale anche il largo pilastro ancora in parte visibile posto al centro della sala utilizzato evidentemente come rinforzo per la torre stessa.


Giovanni Battista Piranesi: incisioni di Tor dé Schiavi
Tomo 2 Tav.XXIX Pianta e spaccato dell’elevazione della sala ottagonale
Tomo 2 Tav.XXX Frammento di stucco cavato dalla volta d’uno dei nicchioni interni all’aula ottagonale - dei bellissimi grotteschi in bassorilievo di varie specie di animali e fogliame racchiusi in scompartimenti geometrici; questi stucchi, almeno in parte, sono ancora visibili.
Piranesi, come anche Lanciani, chiama Tor dé Schiavi il mausoleo dei Gordiani, e individua nell’aula ottagonale una "fabbrica sepolcrale".


Aula Ottagonale - Villa Gordiani - RomaLocalizza il posto

Aula Ottagonale

Aula Ottagonale - Villa Gordiani - Roma

Aula Ottagonale

Gli altri ruderi attualmente visibili sul lato sinistro della Prenestina sono una cisterna ed i resti di una probabile aula termale absidata di forma esagonale, forse un solarium.
Una parte del complesso monumentale si estende anche sull’altro lato della consolare, dove si trova una grande cisterna sopraelevata a pianta quadra risalente al II secolo d.C. di circa 23 metri di lato e realizzata su due livelli: il livello superiore usato come cisterna vera e propria ed il livello inferiore usato come sostegno.

Il Columbarium di via Olevano Romano
Sul marciapiedi esternamente ai giardini di villa Gordiani e all’angolo tra Prenestina e via Olevano Romano dal lato di quest’ultima via, si trova un colombario che risulta difficile notare in quanto esternamente appare solo una costruzione a pianta quadrata con lato di circa sei metri alta poco più di due metri in blocchetti di tufo che risulta addossata al muro della villa, evidentemente realizzata in epoca moderna a protezione della camera sotterranea della tomba collettiva; la casetta è dotata di due finestrelle con grate per aerare l’ambiente da cui, arrampicandosi (purtroppo sono a due metri di altezza), si riesce a dare un’occhiata dentro (ma l’interno è piuttosto buio); si nota che non esiste più il solaio che divideva la camera interrata dal piano terra, si scorgono le antiche scalette addossate al muro che scendono nella camera mortuaria sotterranea e nella parete si vedono alcune nicchie con volte in opera laterizia; dalle finestrelle non si vede molto di più (peccato non sia predisposta una vetrata con una luce temporizzata che illumini l’interno).
All’esterno l’unico segno della presenza della tomba è la targa in marmo a fianco alla porticina di ingresso che rimanda per eventuali visite al solito guardiano di villa Gordiani (come per il Torrione); alla targa è stato però successivamente aggiunto anche un numero di telefono, 060608, da utilizzare per prenotare una visita.




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14 Marzo 2012